La follia della bestia statale

L’ennesimo pasto del Fisco: arriva la batosta della tassa “nascosta”

L’ultimo regalino del governo Conte è una mazzata per le imprese, che si trovano 12 miliardi in più da pagare

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Ci sono due modi per far pagare di più le tasse ai contribuenti. Il primo è quello di aumentare le aliquote: è fatto alla luce del sole. Il parlamento, che so, aumenta l’iva o le percentuali per scaglioni di reddito. Il secondo molto più subdolo è aumentare la consistenza del patrimonio o del reddito da tassare, mantenendo ferme le aliquote. È quanto si rischia con la revisione delle rendite catastali. Ma il governo Conte ne ha combinata un’altra che peserà soprattutto sulle piccole e medie imprese italiane, così alla chetichella nel 2019.

Con un tratto di penna ha deciso che le imprese italiane, nel 2020, dovranno dichiarare ricavi di 42 miliardi in più rispetto a quello che hanno effettivamente realizzato. E questa follia continuerà per tutti gli anni a seguire, se qualche ben pensante del nostro parlamento, sempre a parole pro imprese, non si sveglia e cambia la norma.

Cerchiamo di spiegare bene una cosa da commercialisti, ma che poi pagano le imprese. Dovete sapere che le aziende pagano le imposte, ovviamente, non sul fatturato, ma sulla differenza tra ricavi e costi. Semplice no? Insomma se l’impresa x fattura 100 e ha spese per 80, pagherà le imposte (Ires) su 20. Stiamo semplificando, poiché in Italia in realtà si paga un’imposta (Irap) che non è esattamente sul margine, ma su una base imponibile diversa. Ma questo è un altro discorso. In un mondo normale l’impresa che si indebita in banca e paga gli interessi sul suo debito, considera questi interessi un costo. Dunque entrano, nel nostro esempio, negli 80 che vengono sottratti ai ricavi.

Ebbene l’Italia recependo una direttiva europea ha deciso che solo una parte degli interessi passivi che ogni anno le imprese pagano per i loro debiti bancari, possano essere detratte, siano considerati costi. Avete capito bene. Anche in questo caso la vicenda è un po’ più articolata: ma la sintesi è che ogni cento euro di ricavi io possa considerare costi solo 30 euro di interessi.

La sintesi, ha calcolato il centro studi Unimpresa, è che le aziende italiane avrebbero avuto 68 miliardi di costi per interessi bancari che avrebbero potuto scaricarsi, ma che in realtà, per le nuove regole, ben 42 di questi non sono scaricabili. Vi spiego la procedura: l’azienda sostiene un costo, ma il fisco italiano non lo è. Sì è vero che l’imprenditore ogni mese ha pagato gli interessi sul suo prestito bancario, ma solo una piccola parte del suo esborso è considerato tale dall’agenzia delle entrate. Il che, calcola sempre Uninpresa, corrisponde ad una stangata di 12 miliardi di euro, soprattutto a carico delle piccole e medie imprese italiane.

L’ennesima follia fiscale italiana, anzi l’ennesimo pasto per la bestia statale. In Germania, Francia e Belgio, anche essi fino a prova contraria sottoposti alle direttive europee, l’inasprimento fiscale non ci sarà. È una piccola questione tecnica. Tutti potranno lavarsi le mani dicendo di non aver aumentato le tasse. Formalmente. Ma nella sostanza il nostro legislatore ha permesso un aggravio fiscale di almeno dodici miliardi l’anno sulle imprese italiane. A ciò si aggiunga che questi calcoli sono fatti su un monte di interessi bancari, pagati dalle imprese, con tassi di mercato relativamente bassi. Oggi stanno aumentano visibilmente. Quindi i conti in rosso costeranno di più spese saranno maggiori, ma lo stato non le riconoscerà come componenti passive del proprio reddito.

Nicola Porro, ilGiornale, 26 aprile 2022

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