Benché oggi possa sembrare sempre più derubricato a questo, il ruolo del giornalista e dei giornali non è solo quello di fare articoli piacevoli, interventi frivoli o intemerate politiche senza contraddittorio. Spesso è anche quello di dare, attraverso l’intervista a personaggi controversi, spazio ad opinioni scomode, difficilmente condivisibili, talora addirittura completamente infondate.
Nessun giornale però, dopo aver richiesto un’intervista o più banalmente dopo aver concesso un palco ad un ospite sgradito, dovrebbe tirarsi indietro e decidere di non pubblicare il contenuto delle dichiarazioni dell’intervistato. In primis perché scegliere di censurare dimostra inevitabilmente una pericolosa fragilità: ovvero che la propaganda o le bugie fanno paura a tal punto da dover essere cestinate e non confutate punto per punto. In secondo luogo, perché la scusa della tutela dell’informazione e del corretto servizio al lettore è una bugia da quattro soldi che ormai non si beve più nessuno. Infatti, non spetta alla testata imboccare il pubblico; spetta al pubblico stesso, possibilmente aiutato con delle note da parte del giornale atte a confermare o confutare quanto affermato dall’intervistato, fare le dovute analisi di quanto letto e farsi una propria opinione.
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Quelli sopra elencati sono sostanzialmente gli errori commessi dal Corriere della Sera che, dopo aver intervistato il Ministro degli Affari Esteri della Federazione Russa Sergej Lavrov, ha bollato le sue risposte come propagandistiche (non a torto, a giudicare dal tenore delle dichiarazioni dell’uomo del Cremlino sull’Occidente) e piene di accuse infondate, scegliendo cosi di non pubblicare la conversazione.
In questo modo il Corriere ha fondamentalmente prestato il fianco alla propaganda russa, commettendo l’errore di silenziarla piuttosto che di scovare le sue bugie; quindi concedendole il grandissimo onore di potersi spacciare come vittima contro l’establishment dell’informazione europea.
Ecco perché il Corriere ha toppato: se chiedi un’intervista, non la pubblichi solo se ti piace il contenuto. Prima di tutto, se il contenuto non ti piace in corso d’opera, puoi fare delle domande più ficcanti per mettere in difficoltà il tuo interlocutore davanti alle sue menzogne. Ma se, come pare in questo caso, l’intervista ha delle domande concordate, puoi (anzi, devi) comunque pubblicare il contenuto di quelle domande, potendoti poi sbizzarrire evidenziando a margine tutte le incongruenze, le nefandezze, gli errori e l’indottrinamento politico di chi hai intervistato.
Di contro, cancellare l’intervista e far finta che non sia mai esistita, pone la nostra stampa in una situazione molto complessa, perché quest’ultima può essere tacciata di faziosità proprio da chi lo è e in fondo sa di esserlo, come Lavrov. A poco serve il tentativo di metterci una pezza, pretendendo di elevare il livello del giornalismo nostrano dichiarando che “Lavrov non ha risposto al nostro contraddittorio, pensando forse di essere in Russia”. Proprio perché non siamo in Russia, proprio perché noi non siamo come loro (come direbbe Tananai), l’intervista andava pubblicata.
Che giornalismo è il giornalismo che fa il cane da guardia della politica? Un giornalismo che non cerca il contraddittorio bramando di smontare le istanze e le menzogne della controparte, ma che tiepidamente preferisce cancellare qualcosa di così facilmente confutabile da non poter essere nemmeno definito scomodo?
E così sembra lontano anni luce il giornalismo composto e inflessibile, ma mai amante della censura, di appena poche decine di anni fa. Viene in mente una donna, Oriana Fallaci, che non si sottraeva al dibattito derubricando l’avversario a tiranno, ma che scendeva sul campo di battaglia del contraddittorio per vincere: come non ricordare la sua intervista all’Ayatollah Khomeini, nella quale quest’ultimo fu messo alle strette dalla giornalista a tal punto che le disse: “Se non vi piace indossare l’abito islamico, non siete obbligati a indossarlo”. Allora Fallaci ringraziò e si tolse il velo mandando Khomeini su tutte le furie, facendolo sobbalzare dalla sedia e costringendolo ad abbandonare il dibattito. Pensate invece se Fallaci alla prima prevaricazione di Khomeini si fosse alzata e avesse abbandonato lo studio; l’Ayatollah sarebbe passato alla storia come vittima, silenziata da una giornalista occidentale.
Questo è ciò che dovrebbe essere un’intervista, sbugiardare senza volgarità e senza censure, utilizzando l’arte della parola. Ma mai fuggire, caro Corriere.
Alessandro Bonelli, 14 novembre 2025
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