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L’establishment ha deciso: sarà Partito della Nazione

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Questo Cameo è destinato all’establishment, quello che ha l’endorsement (perenne) di Bruxelles, di Francoforte, di Berlino, di Parigi, del Fmi, dell’Onu. Costoro erano certi che il 5 marzo, aperte le urne, la somma dei parlamentari del Pd di Matteo Renzi e del suo futuro ministro degli Esteri, Emma Bonino, e di tutti i cespugli moderati e sinistri, assommati alla corte dei miracoli del centrodestra di Silvio Berlusconi (Matteo Salvini e Giorgia Meloni esclusi) avrebbero avuto la maggioranza. Rapida ripartizione delle cadreghe e benedizione del notaio Sergio Mattarella.

Tutti i media nazionali e internazionali avrebbero suonato la grancassa e per cinque anni i buzzurri sarebbero rimasti nelle loro squallide periferie nel tentativo di integrarsi con altri poveracci arrivati in massa da lontano (“che volete farci è un esodo biblico, è inarrestabile” sentenziavano i colti).

Invece i buzzurri, sempre più impoveriti e sempre più sedati dalle chiacchiere, ma non del tutto rincitrulliti, hanno deciso di trasformare la matita copiativa consegnata loro dal presidente di seggio in un forcone rivoluzionario. Per la prima volta dal 1948 i risultati elettorali sono stati chiarissimi, e coincidenti con la volontà dei cittadini.

In parte per giovinezza, in parte per insipienza, Luigi Di Maio e Matteo Salvini non sono riusciti a trovare la quadra per fare un governo nella prima settimana, poi la finestra si è chiusa e tutto ciò che è avvenuto dopo ha mostrato la totale assenza di realpolitk dei pentastellati. Ciò li ha portati a perdere l’occasione della vita. Ma per l’establishment è stato peggio, il nuovo meccanismo è questo: ciò che perdono i pentastellati non torna al Pd ma va direttamente alla Lega, perché i cittadini hanno capito il giochino: il cattivo è comunque l’establishment.

Ora l’establishment si è asserragliato nella ridotta del Quirinale sperando che il Presidente nomini il solito tecnico (ci sono decine di perdigiorno che scodinzolano in attesa di uno straccio di incarico) per un governo anche di minoranza che, in attesa di Godot (leggi Mario Draghi) arrivi al 2019. Di Maio e Salvini (e per altri motivi pure Renzi) non hanno alcun interesse a questa soluzione, meglio andare alle elezioni a settembre.

Prevedo che Sergio Mattarella riporrà nel suo fodero lo strumento della moral suasion ormai spuntato e autorizzerà le nuove elezioni mantenendo in carica Paolo Gentiloni. Renzi getterà alle ortiche la toga senatoriale di Scandicci, si trasferirà a Roma e comincerà a lavorare per costituire il Partito della Nazione, costringendo tutta l’accozzaglia di moderati e di sinistri a convivere sotto lo stesso tetto, avendo l’avallo dell’establishment.

Questa convinzione me la sono fatta assistendo a un incontro fra giornalisti nel salotto di Lilli Gruber. Claudio Cerasa e Luca Telese, in un crescendo rossiniano, hanno interpretato, da grandi professionisti della comunicazione quali sono, le due posizioni che stanno frantumando l’establishment dall’interno. Ne consiglio la visione, è stato un momento alto sul quale riflettere.

Per quel che vale (nulla), secondo me siamo alle soglie di un grande cambiamento politico-economico-culturale in Europa. Le mazzate di Donald Trump alla supponenza dei fighetti europei, la crisi della globalizzazione selvaggia, le elezioni europee del 2019, dovrebbero portare alla sconfitta del duo Popolari&Socialisti e un ridisegno dell’Europa su altre basi, mettendo al centro il lavoro, la sicurezza, l’uomo.

Di Maio, Salvini, Renzi dovranno predisporre il loro banchetto dell’offerta politica che non potrà certo essere quello precedente, velleitario e infattibile. In più dovranno dire, prima del voto, con chi intendono poi allearsi come avviene in tutti i paesi liberali con sistemi proporzionali.

Andiamo in vacanza tranquilli, non succederà nulla, le attuali leadership europee sono alla frutta, nel 2019 tutto verrà rimesso in discussione. E comunque vada saranno anatre, o in pentola o azzoppate.

Riccardo Ruggeri 6 maggio 2018