Clima di altissima tensione in Libia. Ancora. Le violenze a Tripoli sono riesplose nella notte tra il 14 e il 15 maggio. Nonostante il cessate il fuoco offerto del ministero della Difesa del Governo di accordo nazionale (Gna), gli scontri armati nella capitale libica vanno avanti. Dopo un momento di calma apparente, il confronto tra le forze governative e le milizie si è inasprito.
Le forze di sicurezza sono intervenute sparando per disperdere i manifestanti che chiedevano le dimissioni del capo del governo di unità nazionale, in un crescendo di instabilità che ha spinto l’Italia a evacuare circa cento connazionali. Il convoglio, partito da Tripoli, è stato trasferito in sicurezza all’aeroporto di Misurata, da dove i cittadini italiani sono rientrati a Roma. Una misura precauzionale presa in raccordo con la Farnesina, in attesa di sviluppi in un contesto sempre più incerto.
Secondo le autorità libiche, «la situazione è sotto controllo». Lo ha comunicato il ministero dell’Interno del Gnu, annunciando il dispiegamento di pattuglie nei punti nevralgici della città «per rassicurare i residenti e rafforzare la sicurezza». Ma sul terreno il quadro appare fragile, e la politica riflette le divisioni. Nella tarda mattinata, a sorpresa, il Consiglio presidenziale guidato da Mohammed Menfi ha adottato un provvedimento che congela tutte le decisioni militari e di sicurezza assunte dal premier Dbeibah, compreso lo scioglimento della potente milizia Radaa, ritenuta responsabile delle ultime fiammate di violenza. Contestualmente, è stata istituita una commissione d’inchiesta per fare luce sugli eventi iniziati il 12 maggio e accertare eventuali responsabilità per i danni a persone e beni.
Sul piano politico, la posizione di Dbeibah si fa sempre più delicata. Le manifestazioni contro il premier si sono moltiplicate nelle ultime ore, con alcuni gruppi che hanno inneggiato al ritorno in politica di Saif al-Islam Gheddafi, figlio del defunto rais, e altri che hanno apertamente invocato l’ascesa del generale Khalifa Haftar, l’uomo forte dell’Est. La protesta davanti all’ex sede dell’Apparato di supporto alla stabilità — ora nelle mani della 444ª brigata — è sfociata in nuovi disordini: Ali Al-Jaberi, esponente delle forze di sicurezza, è stato bersaglio di colpi d’arma da fuoco mentre tentava di calmare la folla. È rimasto illeso. Secondo fonti locali, alcuni manifestanti avrebbero dato alle fiamme veicoli militari blindati.
Contro il governo di unità si sono espressi anche rappresentanti di tribù influenti della regione di Tripoli, come i Warfalla, oltre ai vertici del fronte politico avversario, da Aqila Saleh, presidente della Camera dei rappresentanti di Tobruk, a Osama Hamad, a capo dell’esecutivo parallelo con sede a Bengasi, non riconosciuto dalle Nazioni Unite. Di segno opposto la reazione di Misurata, roccaforte di Dbeibah: il Consiglio militare locale, insieme ai notabili e agli anziani della città, ha denunciato l’esistenza di «manifestazioni organizzate ad arte» per destabilizzare il governo e ha promesso una risposta «ferma e decisa» contro qualsiasi tentativo di sovvertire l’ordine.
Sul fronte internazionale, la crisi libica è tornata al centro dell’attenzione anche al Palazzo di Vetro. Il procuratore della Corte penale internazionale, Karim Khan, ha chiesto formalmente alle autorità libiche di arrestare e consegnare il generale Njeem Osama Elmasry, conosciuto come al-Masri, membro della milizia Radaa, accusato di gravi crimini. Khan ha precisato che l’uomo era stato arrestato a gennaio in Italia, dopo essere stato individuato a Torino, dove aveva assistito a una partita della Juventus. Successivamente, però, era stato rilasciato ed è riuscito a tornare in Libia. Il suo caso ha sollevato un acceso dibattito in Italia, con botta e risposta tra governo e opposizione sulle modalità della scarcerazione.
Insomma, la Libia è nuovamente esposta al rischio di un’escalation interna che potrebbe compromettere qualsivoglia prospettiva di stabilizzazione. E ancora una volta va ringraziato Nicolas Sarkozy, che il 19 marzo 2011 diede il via a una guerra voluta più di chiunque altro per fare cadere Gheddafi. Fu “Sarko” a trascinare Usa e Inghilterra, e poi anche l’Italia, in un conflitto dagli effetti drammatici per il destino della Libia. Grazie ai suoi bombardamenti, l’allora presidente francese contribuì di fatto a fare avanzare gli islamisti e le milizie nemiche del colonnello, poi ucciso a Sirte nell’ottobre del 2011. E la situazione oggi è tragica: un Paese trasformato in polveriera.
Franco Lodige, 16 maggio 2025
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