Cultura, tv e spettacoli

Politicamente corretto

L’ideologia woke costa caro: quanto ha perso Disney coi temi Lgbt

Anche l’ultimo film “Wish”, già uscito negli Usa, è stato un flop. L’azienda ammette: “Le nostre posizioni distanti dal pubblico”

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Disney ideologia woke

Un’altra mela indigesta in casa di Biancaneve. Il nuovo film “Wish”, uscito nelle sale americane il 22 novembre e atteso in Italia il prossimo 21 dicembre, sembra essere l’ennesimo flop. Costato circa 200 milioni di dollari, per ora ne ha incassati 81 in Nord America e nei paesi in cui la pellicola è disponibile nei cinema. Per valutare il successo di un film bisogna attenersi alla “regola del pollice”, ovvero, è necessario incassare il 250% del budget di produzione per rientrare nelle spese e decretare un successo accettabile. Nel caso di “Wish”, storia di una ragazza in un regno fantastico dove un re cattivo ha il potere di controllare i desideri dei sudditi, l’obiettivo d’incasso di 500 milioni è già un miraggio.

Il motivo è risaputo: la disaffezione del pubblico nei confronti di un marchio sempre più allineato alla dottrina Woke, e per la prima volta è la stessa compagnia ad ammetterlo. “I nostri guadagni peggiorano quando i nostri prodotti non vengono accettati dal pubblico – dice la relazione annuale della Disney alla SEC (la commissione per i titoli e scambi USA) – le posizioni del pubblico e le nostre sono spesso lontane, in particolare quando vogliamo perseguire i nostri obiettivi sociali e ambientali, che spesso mettono a rischio il nostro brand e la nostra reputazione.”

Siamo soliti farci quattro risate riguardo le surreali polemiche che negli ultimi anni hanno travolto “Biancaneve” (una donna schiavizzata in cucina mentre sette disabili sono costretti a lavorare in miniera) o “La Sirenetta” (dove la canzone “baciala” sarebbe un chiaro esempio di incitamento alla molestia sessuale). Ma la faccenda diventa seria quando si pensa che la Disney ha 168 miliardi di capitalizzazione (più del doppio di Stellantis), che gestisce un impero mediatico dal fortissimo impatto culturale, e che da quest’estate ha iniziato una forte campagna di licenziamenti, 7.000 per ora, destinata a continuare.

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A detta dell’economista Jonathan Turley, la Disney avrebbe perso almeno un miliardo di dollari a causa dei quattro recenti film di ispirazione Woke. La paura di ulteriori fallimenti ha portato la compagnia a posticipare di un anno la produzione del live-action di Biancaneve, che inizialmente voleva sostituire i nani con creature magiche di diverse etnie e generi. L’azienda non potrebbe sopportare un altro fallimento simile a quello avuto l’anno scorso con “Strange World – Un mondo misterioso”, celebrato come il primo film Disney a tema LGBT, che a fronte di un budget di 180 milioni ne ha guadagnati poco più che 72. Se si vuol fare un impietoso paragone con gli affari al tempo delle storie oggi considerate maschiliste e xenofobe, basti pensare che all’inizio degli anni ’90 la Disney realizzò, in sequenza, “La Bella e la Bestia”, 25 milioni di budget e 425 di incasso, “Aladdin”, 28 milioni di budget e 504 di incasso, ed “Il Re Leone”, costato 45 milioni (un record per l’epoca), che sfiorò il miliardo di dollari di incasso globale.

L’atteggiamento autolesionistico della Disney negli ultimi anni è in aperto contrasto con il luogo comune che vede i colossi americani come squali affamati di dollari che immolerebbero qualsiasi principio per il profitto. È comprensibile, invece, se si interpreta l’abbraccio alla dottrina Woke-progressista come un fenomeno religioso. Quando si persegue un credo si accetta di perseguire strategie antieconomiche (“Vendi tutto ciò che hai e dallo ai poveri”), si accetta la sconfitta e la sofferenza (“Allontana da me questo calice. Ma che sia fatta la tua, non la mia volontà”) e forti delle proprie convinzioni non si bada allo sdegno del pubblico e dei critici (“Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno”).

Pietro Molteni, 6 dicembre 2023

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