L’inganno della sinistra: promette uguaglianza ma invece toglie libertà

Gli scritti di Sergio Ricossa, economista e liberale vero, per leggere il presente

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Ricossa sinistra

Winston Churchill diceva che chi non è laburista da giovane è senza cuore, ma chi resta laburista da adulto è senza cervello. Si sa, i giovani sono naturalmente attratti dai grandi ideali, con slanci rivolti all’uguaglianza, alla libertà, alla fratellanza, all’idea di vita comunitaria, con valori condivisi, in armonia e liberi di essere creativi e artistici senza doversi preoccupare di produrre, lavorare e faticare per sbarcare il lunario.

Qui cominciano le complicazioni, derivanti dall’illusione che libertà, giustizia ed uguaglianza si trovino all’interno di ideologie che invece quelle libertà le negano, costruendo sistemi politici e governi autoritari, con l’illusione di poter dirigere, controllare tutto, imponendo a tutti i “buoni principi” emanati dall’ autorità centrale. Non è nel socialismo e nei suoi derivati che si trovano libertà e sviluppo, e non è nel controllo statale dell’economia che si creano innovazione, crescita e creatività. Questi si rendono possibili piuttosto in contesti basati sulla libertà (di parola, di associazione, di stampa, religiosa, economica, sessuale etc etc ) e cioè nei paesi in cui i princìpi liberali hanno consentito di sviluppare economie di mercato basate sulla concorrenza, sul rispetto dei diritti individuali e di proprietà, garantendo creatività, innovazione, libertà d’impresa, sviluppo e progresso per gli individui, la società e l’economia stessa.

I giovani hanno però delle attenuanti, perché i maestri del grande abbaglio sono persino divenuti “illustri” e tutt’ora in voga, in onta ai loro grossolani errori. E continuano ad essere proposti nei programmi di scuole ed università di ogni ordine e grado. Scriveva Sergio Ricossa nel suo formidabile saggio La fine dell’economia – Saggio sulla perfezione (Rubbettino – Leonardo Facco Editori, 2006): “Può sembrare strano che sia Marx sia Keynes non abbiano sentito quanto la creatività imprenditoriale fosse prossima a quelle artistica, che essi apprezzavano.

Ma come retaggio della cultura signorile stava il loro perfettistico convincimento che l’attività economica fosse un male da finire, e che senza la necessità economica l’individuo fosse anche più libero di creare. Non badavano al proverbio borghese secondo cui la necessità aguzza l’ingegno, e non temevano che la società perfetta, essendo definitiva, non bisognosa di evolvere ulteriormente, impigrisse le menti. Non giudicavano una menomazione del possibile che il perfetto escludesse, fra l’altro, la concorrenza e ogni creatività nell’interesse individuale che non armonizzasse subito con l’interesse generale; e anzi ogni creatività che costituisse un “salto nel buio”. Aveva un bel dire Marx che Prometeo fosse il primo santo martire dell’umanità; il suo indubbio senso prometeico o faustiano doveva fare i conti con una storia così priva dell’interamente nuovo e così zeppa di certezze, che in fondo l’ardimento vi era fuori luogo”.

 

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Lo sviluppo economico, trainato dalla creatività imprenditoriale e dal progresso tecnologico, ha generato prodotti innovativi e migliorato le condizioni di vita, anche di coloro che usufruiscono di questi risultati ma li usano per diffondere ideologie che li vorrebbero distruggere.
Predicano il pauperismo e l’anticapitalismo, ma, a titolo di esempio, volano in aereo, usano i pannelli solari e le auto elettriche, geolocalizzando con Google Maps grazie ad internet e all’intelligenza artificiale, e nel frattempo pagano con PayPal utilizzando l’iPhone.

Fabrizio Bonali, 12 ottobre 2025

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