Esteri

L’Iran ha impiccato un 18enne. Zitto e muto chi frigna per la pena di morte in Israele

Urlate contro Israele, ma tacete di fronte alla morte dei giovani iraniani che lottano per la libertà

Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI
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Ieri mattina il regime iraniano ha eseguito la condanna a morte per impiccagione di Amirhossein Hatami, un ragazzo di appena 18 anni, per fatti legati alle proteste di gennaio contro gli ayatollah. Lo ha riferito l’agenzia Mizan, vicina alla magistratura iraniana, e lo confermano fonti come l’Associated Press e la Human Rights Activists News Agency. Hatami è stato accusato di aver attaccato una base della milizia volontaria legata alle Guardie Rivoluzionarie a Teheran, di aver tentato di sottrarre armi e di aver compiuto atti che minavano la sicurezza nazionale.

Secondo le organizzazioni per i diritti umani, Hatami era un prigioniero politico: insieme ad altri ragazzi, il giovane sarebbe stato spinto dentro la base già incendiata durante le manifestazioni, per poi essere costretto a confessioni farlocche trasmesse dalla tv di Stato. Il processo è stato ovviamente rapido, senza un contraddittorio, con confessioni estorte e accuse di moharebeh (inimicizia contro Dio), un reato incontrovertibile e sostanzialmente impossibile da dibattere, utilizzato strumentalmente dal regime per giustiziare chi dissente.

Quello di ieri non è un caso isolato. Solo poche settimane fa, il 19 marzo, il regime aveva già impiccato in pubblico a Qom tre giovani, tra cui il 19enne Saleh Mohammadi, promettente campione di lotta libera nella nazionale iraniana, tutti accusati di aver ucciso due poliziotti durante le stesse proteste scoppiate a fine dicembre 2025. E così decine di migliaia di arresti, centinaia di morti nella repressione, migliaia di feriti. Le ONG internazionali (che evidentemente sono accreditate solo quando parlano di Gaza) denunciano processi farsa, torture sistematiche e l’uso della pena di morte come strumento di terrore per scoraggiare qualsiasi forma di protesta.

Insomma, il regime di Teheran è in pieno delirio repressivo. E oggi più di prima, in mezzo alla guerra contro gli USA, per non perdere il controllo sulla popolazione il regime continua a usare il patibolo contro ragazzi di 18 anni che osano scendere in piazza. I più giovani, allineati ai tiranni, invece vengono ormai arruolati.

Eppure, nel mondo che si definisce progressista e paladino dei diritti umani, il caso di Amirhossein Hatami è passato in silenzio. Ironia della sorte: da giorni, lo stesso ambiente mediatico e politico si dispera e manifesta contro la legge approvata da Israele che introduce la pena di morte per terroristi palestinesi condannati per attentati con vittime civili. Una misura sicuramente dura e controversa, criticata dalle organizzazioni sovranazionali come discriminatoria.

Eppure le eventuali pene di morte, Israele le applicherà dopo processi in tribunali militari, per omicidi intenzionali compiuti in nome del jihadismo (come i massacri del 7 ottobre). L’Iran invece la pena capitale la usa come routine contro chi chiede libertà, contro adolescenti, contro chi brucia un ritratto di Khamenei, chi è omosessuale.

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Chi oggi tace sull’Iran mentre urla contro Israele dimostra tutta la sua incoerenza. Ammettere che esiste una tirannia dove la vita vale zero se non sei allineato al regime, mentre Israele garantisce processi e appelli anche ai nemici, è scomodo alla narrazione dei propal, visto che dopotutto Khamenei è alleato di Hamas. E così mentre Teheran impicca in piazza si boicottano prodotti israeliani e si organizzano sit-in con le bandiere degli ayatollah.

Amirhossein Hatami aveva 18 anni. Non era un terrorista armato che sgozzava civili: era un ragazzo che si è permesso di non abbassare la testa. Il suo nome rischia di sparire tra le statistiche di un regime che pratica la morte come strumento di potere. Saleh Mohammadi, impiccato poche settimane prima, non ha avuto nessuna rilevanza. Lo stesso silenzio rischia di avvolgere Hatami.

Alessandro Bonelli, 3 aprile 2026

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