Se la teoria di “al lupo al lupo” vale anche in questo caso, allora di chiusura dello stretto di Hormuz non se parla. Se…e sottolineo se, considerando che il Parlamento di Teheran (Maiji) questa chiusura l’ha già decisa passando la palla al Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale iraniano, unico organismo competente ad assumere la scelta estrema. Sino a oggi la storia ha insegnato che alle minacce iraniane non è mai seguita una chiusura di quello che è il più importante chokepooint del commercio mondiale via mare. Anche nei momenti di più forte tensione, Teheran si è limitata, ad alzare l’asticella del pericolo sino ad arrivare a colpire sei petroliere in transito. Ma il blocco totale non è mai scattato. Attraverso Hormuz, uno Stretto che ha una larghezza di circa 33 km nel suo punto più stretto, con una corsia di navigazione larga appena 3 km, transita quasi il 20% delle esportazioni globali di petrolio passa attraverso il ristretto tratto di mare tra l’Oman e l’Iran, e la chiusura dello Stretto metterebbe a rischio il transito di circa 18 milioni di barili al giorno di petrolio e altri combustibili.
E’ la rotta primaria per l’esportazione di greggio e prodotti da parte di Arabia Saudita, Iraq, UAE, Kuwait, and Qatar. Il 20-21% delle esportazioni globali di GNL (dati del 2023) passano attraverso lo Stretto di Hormuz – soprattutto le spedizioni dal Qatar (81 milioni di tonnellate) e dagli Emirati Arabi Uniti – senza che siano disponibili rotte alternative.
Attraverso lo Stretto di Hormuz transitano ogni anno tra le 50 000 e le 55 000 navi (navi da guerra escluse), Oltre il 60 % sono navi cisterna e metaniere (petrolio e GNL), circa il 20% è rappresentato da navi cargo e container. La media giornaliera di transiti supera le 100 navi.
Come detto, lo Stretto di Hormuz non è mai stato formalmente chiuso alla navigazione internazionale, ma è spesso oggetto di minacce strategiche da parte dell’Iran: Ciò è accaduto in particolare negli Anni Ottanta: durante la “Guerra delle petroliere” (parte della guerra Iran-Iraq); Teheran ha quindi minacciato di bloccare lo Stretto negli anni 2011–2012, 2018, 2019 in risposta a sanzioni o pressioni statunitensi, , ma senza mai attuare una chiusura formale.
Nel gennaio 2012, l’Iran aveva minacciato di bloccare lo Stretto in risposta alle sanzioni statunitensi ed europee, ma alla fine si era astenuto dal farlo. Nel maggio 2019, quattro navi, tra cui due petroliere saudite, furono attaccate nei pressi dello Stretto di Hormuz, al largo delle coste degli Emirati.
Nel luglio 2021, una petroliera gestita da Israele fu attaccata al largo delle coste dell’Oman, con la morte di due membri dell’equipaggio. Israele accusò l’Iran, ma Teheran negò ogni responsabilità.
Tre navi — due nel 2023 e una l’anno scorso — sono state inoltre sequestrate dall’Iran nei pressi o all’interno dello Stretto di Hormuz.
Oltre 1.000 navi commerciali sono state oggetto di cyber attacks e interferenze GPS dall’inizio dell’escalation tra Israele e Iran la scorsa settimana.
Ma oggi anche le sole batterie costiere dell’Iran potrebbero precipitare nel caos i traffici marittimi. I missili a corto e medio raggio dell’Iran sarebbero in grado di colpire piattaforme infrastrutturali petrolifere, oleodotti nello Stretto, o persino attaccare navi commerciali, mentre i missili superficie-superficie potrebbero prendere di mira petroliere o porti lungo il Golfo. Attacchi aerei con aerei o droni potrebbero disattivare apparecchiature di navigazione o radar nei principali porti marittimi della regione.
E Hormuz non ha alternative.
Gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita le hanno cercate per anni. Secondo la US Energy Information Administration, a giugno 2024 erano disponibili circa 2,6 milioni di barili al giorno di capacità inutilizzata da oleodotti già esistenti negli Emirati e in Arabia Saudita, per bypassare Hormuz. Peanuts rispetto ai quantitativi globali che transitano via mare.
Perché è difficile chiuderlo
Tre buone ragioni per cui la chiusura di Hormuz si ritorcerebbe contro l’Iran creando le premesse per una crisi planetaria.
- La maggior parte (o il 90%) delle esportazioni energetiche scontate dell’Iran, soggette a sanzioni, è destinata alla Cina. Inoltre, più della metà di tutte le esportazioni di energia che passano attraverso lo Stretto – siano esse iraniane o meno – sono dirette in Cina che è il più grande importatore mondiale di idrocarburi. Un’eventuale chiusura navale sarebbe molto difficile da mantenere sotto la pressione di Pechino, il principale acquirente mondiale di greggio iraniano. Ed è difficile ipotizzare uno Stretto aperto selettivamente solo alle navi destinate alla Repubblica popolare cinese.
- La seconda grande economia che guarda con forte apprensione a Hormuz è quella indiana: circa il 40% del petrolio e oltre il 50% del gas naturale liquefatto (GNL) che importa passa proprio da questa rotta. Il Qatar da solo rappresenta circa l’80% delle importazioni indiane di GNL, seguito da una quota significativa proveniente dagli Emirati Arabi Uniti — e entrambi i Paesi dipendono dallo Stretto per le spedizioni
- Una chiusura renderebbe inevitabile un’escalation anche considerando la presenza della Quinta Flotta degli Stati Uniti, con base in Bahrain, incaricata della protezione del traffico commerciale nella zona.
Gli analisti parlano apertamente di una crisi globale con prezzi del petrolio che potrebbero scattare oltre quota 150 dollari al barile nel caso di una chiusura e con un coinvolgimento di tutte le grandi potenze nella crisi iraniana.
Difficile per ora analizzare staticamente le conseguenze sul traffico di navi mercantili. Molti armatori anche difronte ad aumenti in continua revisione e già superiori al 200% delle polizze rischio guerra, hanno adottato posizioni di prudenza, rallentando i viaggi delle loro navi con destinazione il Golfo. Ma dopo il bombardamento Usa tutto potrebbe cambiare rapidamente e i premi assicurativi sono costantemente aggiornati e definiti caso per caso.
In crescita record anche il costo del bunker, ovvero il carburante delle navi, mentre un primo effetto depressivo si nota sul livello dei noli container. Per altro considerando che per il loro interscambio commerciale Emirati e in parte Arabia Saudita dipendono da Hormuz una crisi prolungata dello Stretto risulterebbe improponibile.
Per ora, anche secondo l’organizzazione internazionale Bimco, la riduzione del traffico attraverso Hormuz è marginale e sono poche le navi che hanno rinunciato nonostante gli extra costi ai viaggi programmati.
Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI


