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L’islamismo prospera nelle nostre moschee

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La moschea di Pantin a Seine-Saint-Denis è stata chiusa. Una notizia scivolata via tra la cronaca delle brevi. Un decreto è affisso sulla porta della moschea. I fedeli musulmani non ci stanno e da giorni protestano: quella è casa loro. La moschea non è esattamente a due passi dal liceo vicino al quale è andato in scena l’ennesimo episodio della serie “ti odio Occidente”, targato islam. Eppure è legata alla vicenda del professore decapitato brutalmente: quel che emerge venisse insegnato là, e il video che incitava all’attentato islamico diffuso da uno dei leader della moschea, dimostrano come l’omicidio era qualcosa di atteso e di annunciato.

Luoghi di propaganda

Secondo il Ministero dell’Interno, è tutta colpa di quella moschea adesso chiusa per i prossimi sei mesi. E poi? In Europa si tende, spregiudicatamente, a ignorare il significato non solo dell’islam, ma anche di cosa sia una moschea. Motivo per il quale ogni misura adottata, sempre dopo una tragedia, è vuota e inconcludente. La genericità e l’approssimazione sull’opportunità di costruire moschee è la stessa in Francia come in Italia. Perché la moschea non è una “chiesa” musulmana, ma il luogo dove i musulmani si “prostrano” e si “radunano”. In moschea, che può essere improvvisata ovunque e in qualsiasi contesto, la comunità di islamici si riunisce per esaminare le urgenze politiche, culturali, le questioni sociali del momento presente. Chi limiti la moschea a luogo di preghiera sta facendo un torto alla tradizione musulmana, sta mentendo.

Il venerdì – yawm al-giumu’ah – non è il giorno sacro per l’islam, come quello delle altre grandi religioni. Non esiste un giorno di festa nel quale non si lavori. Ma solo il giorno in cui la comunità si raduna – giumu’ah – e lo fa a mezzogiorno per la preghiera pubblica, cui segue il discorso che non ha niente della predica in senso cristiano. In moschea nascono le riflessioni, i piani per affrontare la vita in un territorio di non-musulmani come è l’Europa. E in casa islam è il posto dove si studiano le strategie per conquistare l’Occidente: con le armi e culturalmente.

Il motivo per cui le moschee nei paesi musulmani come in Europa sono spesso sorvegliate dalla polizia sta nel fatto che le decisioni politiche nascono in quelle stanze. La storia islamica ha sempre visto rivoluzioni e sollevamenti popolari partire dalle moschee. Il jihad, che è “la guerra sul cammino di Dio”, obbliga ogni musulmano a difendere la comunità, ed è proclamato sempre in moschea. Non si può in altri contesti. In alcuni Paesi musulmani, le proposte partorite in moschea vengono presentate alle autorità civili, visto che gli imam (che presiedono le riunioni della comunità) sono funzionari statali. Quello che è successo in Francia per il professore è semplicemente nella norma di quanto è previsto dalle comunità islamiche, di quel che accade nelle moschee. È solo l’ultimo caso di una lunga serie.

Nessun controllo

Le moschee vengono ignorate. Non vengono tenute sotto controllo. Tant’è che la decisione brusca, e che non ha precedenti recenti, di chiuderne una ha suscitato una strana reazione nei musulmani di Francia. Dopo le proteste iniziali, la posizione del Ministero è stata declassata a un gesto utile solo a fare clamore per accontentare i francesi un po’ innervositi. È quanto sostiene testualmente M’hammed Henniche, responsabile della grande moschea di Pantin. Capo anche dell’Unione delle associazioni musulmane di Seine-Saint-Denis e della Federazione musulmana di Pantin, nata nel 2013 e che riunisce sei associazioni musulmane della stessa cittadina. Elementi tutti che denunciano l’enorme islamizzazione del territorio. Nel 2013, ha firmato un contratto di locazione per 99 anni con il municipio di Pantin per un terreno che ospiterà una futura grande moschea.

Oggi è occupata in particolare da una palestra che funge da moschea temporanea (la struttura oggi chiusa) in attesa del completamento del progetto. Il sindaco socialista, Bertrand Kern, ha sostenuto il progetto della Grande Moschea di Pantin a diverse condizioni come, una su tutte, la creazione di una stanza di preghiera per le donne. L’islamizzazione di Francia inizia nelle moschee. Il problema delle scuole pubbliche che esiste da vent’anni, e che qualcuno solo oggi denuncia, ne è solo un corollario. E se oggi i giovani francesi sono in maggioranza islamici che odiano i principi della Repubblica, lo si deve esclusivamente a chi nei luoghi di comando continua a parlare di ‘vero islam’ e ‘falso islam’.

I pericoli per l’Italia

Il problema, però, non è solo francese. L’Italia non è lontana dallo stato in cui versa la Francia. Da noi gli incidenti inizieranno, in maniera più plateale di quelli a cui già assistiamo, tra quindici anni.
L’infiltrazione è già a uno stato avanzato. I centri islamici legati al wahhabismo, al salafismo e ai Fratelli Musulmani spuntano come funghi e i più giovani vengono spediti in Turchia per formarsi come imam. Come accade per tutti i ragazzini dell’Europa dell’Est i cui genitori sognano un futuro da imam. Oggi la Turchia ha un ruolo da protagonista nel nuovo piano Marshall per la diffusione dell’islam in tutto l’Occidente formando gli imam.

Al Belpaese non importa di legiferare sulle associazioni musulmane che hanno sede in appartamenti privati, negozi, garage, magazzini. I centri abusivi di culto dove si annida il pericolo della serpe jihadista sono ovunque in Italia e ogni anno spunta un’inchiesta che ne scopre qualcuno nuovo. Ma alla politica nostrana la cosa non preoccupa. Le regioni più a rischio rimangono la Lombardia, il Lazio e il triangolo più pericoloso resta quello di Milano-Brescia-Bergamo. I centri islamici abusivi, però, si stanno insediando anche in provincia. In Lombardia, Lazio e Campania abbiamo avuto il 60% delle 12.034 intercettazioni dell’antiterrorismo dal 2005 al 2017. Solo in Lombardia i sospetti monitorati, nel medesimo periodo, sono stati 4567.