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Lo hanno deriso, ma sulla Cina Trump aveva ragione

Scusate, ma allora aveva ragione l’Orco, il Puzzone, l’Impresentabile. Insomma Donald Trump, incubo dei benpensanti nostrani di destra e di sinistra. Gli stessi benpensanti che in questi giorni sono preoccupatissimi per il possibile ingresso dell’Italia nella Via della Seta e quindi nella sfera d’influenza cinese (perché questo è l’autolesionisimo geopolitico implicito in una scelta apparentemente commerciale, che il governo gialloverde non vede o peggio ignora). E allora sono editoriali pensosi sui giornalononi a proposito dell’imperialismo del Dragone, moniti dell’Unione Europea a riflettere sulla portata della scelta, persino allarmate interrogazioni parlamentari al ministro Moavero da parte del Pd, che nel pantheon annovera l’ultra-filocinese Romano Prodi. Benissimo, siamo parecchio intesiti anche noi da quest’improvvisata strategica condita dalle abituali supercazzole di Conte.

Ma allora vorremmo girare ai suddetti benpensanti la logica conseguenza della comune inquietudine: ha ragione, ha sempre avuto ragione Donald Trump. Il senso stesso del suo mandato è stata, da subito, la reazione alla proiezione imperiale della Cina nel mondo. Non è un nemico della globalizzazione come idea, The Donald (e come potrebbe, essendo un miliardario newyorkese?), a differenza della caricatura che ne fanno critici militanti o tifosi strapaesani. È un nemico irriducibile di questa globalizzazione monca e tarlata alla radice, che ha globalizzato la libertà economica ma non le libertà individuali che in Occidente l’hanno figliata e sostanziata.

Per cui la Cina, dove i diritti non esistono, il costo del lavoro è nullo, lo schiavismo spesso realtà di fatto, da lustri ormai dilaga economicamente e geopoliticamente attraverso quell’aggeggio chiamato concorrenza sleale. Il tutto poggiando su un modello di capitalismo di Stato totalitario, retto da un sistema politico monopartitico, evidentemente altro dal libero mercato e dalle libertà occidentali. Trump questo ha capito, per questo ha deciso di definire il suo quadriennio alla Casa Bianca come la reazione dell’America alla sfida egemonica cinese, per questo ha innescato una guerra commerciale, tecnologica, diplomatica con Pechino. Tra le stroncature e lo scherno di quell’establishment che oggi, con il ritardo tipico di color che sanno, gli dà ragione su tutta la linea. Anche se non lo ammetterà mai.

Giovanni Sallusti, 13 marzo 2019

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4 Commenti

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  1. Quando nel 2006 Prodi (al gorverno) si portò dietro due Boing pieni di industriali italiani in Cina per stipulare accordi economici bilaterali, tutti lodarono l’iniziativa. Oggi Conte torna dalla Cina con uno striminzito accordo di massima e tutti si stracciano le vesti per lesa indipendenza (o autarchia?).
    Vogliamo parlare di diritti civili negati da certe forme di governo? Ottimo: mettiamo al bando tutti i prodotti Apple (costruiti in Cina), tutto il made in China, ma anche il petrolio libico (che la Francia vuole toglierci), i gianduiotti ormai di capitale turco, e che dire dei finanziamenti dei paesi arabi in tante aziende italiane (prima fra tutte l’Alitalia?)….

  2. Ormai è una regola storica: la sinistra, comunque sia declinata sul pianeta, arriva a capire sempre con 50 anni di ritardo che avevano ragione quelli a cui 50 anni prima dava torto. In sostanza la sinistra non ha mai capito una mazza tanto del mondo quanto della natura umana, e continua a non capire una mazza, salvo pretendere di dar lezioni a tutti. Purtroppo anche le intelligenze migliori, e nessuno nega che a sinistra ce ne siano state (anche se oggi sinceramente non ne vedo), se incappano nella rete dell’ideologia, finiscono col deragliare.

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