Ormai è un classico: arriva il venerdì e puntuale come il canone Rai spunta il “grande sciopero generale”. Una liturgia immutabile, quasi nostalgica, che i sindacati di base ripropongono con la stessa fantasia di un compito in classe copiato dal vicino. Cobas, Usb, Sgb, Cub: sempre gli stessi quattro, sempre lo stesso copione, sempre lo stesso venerdì. Ma sarà proprio una coincidenza? E attenzione, perché non è finita qui.
Andiamo per gradi. Anche stavolta il motivo della protesta sembra scritto col copia-incolla del 1995: “massicci investimenti” ovunque — sanità, scuola, università, trasporti — più “taglio drastico delle spese militari” e “stabilizzazione dei precari”. Il solito elenco dei sogni, tanto lungo quanto distante da qualsiasi realtà economica. E per giunta contro una manovra che ancora non è neanche arrivata in Parlamento, quindi in versione provino, non definitiva. Ma tant’è: l’importante è scioperare. Che poi funzioni, è un dettaglio.
Il risultato? Un altro venerdì nero per chi lavora davvero, cioè gli italiani che devono prendere un treno, un autobus, un aereo. Ferrovie dello Stato ha già avvisato: dalle 21 di giovedì alle 21 di venerdì si viaggia a singhiozzo. Garantite le solite fasce 6-9 e 18-21, come da liturgia. Coinvolti anche Italo, Cotral (fermi dalle 8.30 alle 17 e dalle 20 a fine servizio), Autostrade per 24 ore e pure il settore aereo. Un Paese intero ostaggio, di nuovo, di minoranze che confondono la tutela dei lavoratori con una routine settimanale.
E attenzione: il copione è sempre più logoro. Gli ultimi scioperi? Flop clamorosi, con adesioni ridicole e piazze mezze vuote mentre i sindacati proclamavano “successi storici”. Ogni volta la stessa musica: annunciano il diluvio universale e poi non piove nemmeno. Ma per loro va bene così: il comunicato stampa esce comunque e la retorica rimane intatta. Quello che manca, però, è l’unica cosa che davvero servirebbe: un po’ di onestà. Ammettere cioè che questi scioperi generali non sono più “generali” da anni. Che non rappresentano il Paese reale. Che producono solo disagi ai cittadini e poco o nulla in termini di risultati.
E il bello deve ancora venire. Sì, perché – disperati per i fallimenti – i sindacati hanno reclutato vip all’estero. Anche chi non ha mai lavorato, come Greta Thunberg: l’attivista svedese pro-ambiente e pro-Pal è a Genova per manifestare con i lavoratori. Ma mica è tutto. Contro la manovra è sceso in campo anche l’ex ministro delle Finanze greco Yanis Varoufakis. Al suo fianco anche Moni Ovadia, Vinicio Capossela e Sabina Guzzanti. Tra le stelle straniere c’è anche il bassista dei Pink Floyd: sì, Roger Waters ha inviato un video ai portuali di Genova e non è mancata un’esibizione.
E allora eccoci qui, all’ennesimo venerdì di passione. I sindacati marciano. Gli italiani arrancano. E la sinistra — quella che predica modernità e progresso — continua a reggersi su strumenti d’altri tempi che ormai fanno flop più spesso di quanto facciano notizia. Ma guai a dirlo: è sempre colpa del governo, anche quando la protesta parte prima ancora che il governo faccia qualcosa. Il nuovo che avanza, dicono. A passo di sciopero. Di venerdì, ovviamente.
Franco Lodige, 28 novembre 2025
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