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Lo Stato non s’impicci di come voglio vivere, o morire - Seconda parte

Ricordo sempre quanto mi ha raccontato un fraterno amico che ci ha lasciato qualche anno fa – tra l’altro uno degli ultimi giganti del giornalismo liberale italiano. Sua madre, ultraottantenne, ridotta allo stato vegetale, non si decideva al trapasso. Bastò (allora nell’Italia democristiana! ) uno sguardo d’intesa tra il figlio e il medico per “risolvere il problema”. Che tutto, proprio tutto, debba avvenire alla luce del sole, che di qualsiasi decisione “privata” si sia tenuti a rendere conto all’autorità giudiziaria non mi sembra un segno di “maturità liberale”. Ma forse sbaglio e hanno ragione quanti assimilano i giudici della Consulta alla buonanima di Antoine Quentin Fouquier de Tinville, il PM del Tribunale rivoluzionario costretto nel 1795 dai termidoriani – i “grandi camaleonti d’oro” nemici del progresso e dell’eguaglianza – a deporre la toga (e la testa).

Ps: Non ti avrei scritto queste righe se non ti stimassi molto. Come forse ricordi, pur dissentendo dalle tue intemperanze verbali (che un comune amico, insigne storico, ha ricondotto a esuberanze papiniane) mi sono dichiarato pronto a firmare una lettera di denuncia della tua espulsione dalla Luiss (formalmente ineccepibile). Dove c’è una battaglia liberale da fare non mi tiro indietro, purché si tratti di una battaglia liberale e non di dar man forte alla condanna (peraltro legittima) della sentenza della Consulta da parte della Chiesa che ci riporta al Sillabo e a Pio IX (simboli, beninteso, che non appartengono alla mia famille spirituelle ma che non demonizzo affatto, non essendo un fanatico delle Lumières).

Dino Cofrancesco, 3 ottobre 2019

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