È fattuale: lo strapotere dei giudici deve preoccuparci. Il potere giudiziario si è espanso in maniera esponenziale negli ultimi decenni, a tal punto da avere l’ultima parola sulle decisioni politiche. Gli esempi sono tanti ma partiamo dall’inchiesta sull’urbanistica a Milano.
Il dossier Milano
“Pericolo di reiterazione del reato”. È questa la formula usata dal gip di Milano Mattia Fiorentini per giustificare sei arresti nell’inchiesta meneghina. Una motivazione che sfiora il grottesco. Il motivo è semplice: dei cinque destinatari dei domiciliari, nessuno oggi ricopre un incarico operativo. Giancarlo Tancredi si è dimesso da assessore all’Urbanistica, Giuseppe Marinoni e Alessandro Scandurra sono fuori dalla Commissione paesaggio, Manfredi Catella ha rimesso le deleghe a trattare con la PA, Federico Pella si è dimesso dalla società J+S. Ma per il giudice, potrebbero “reiterare il reato”. Come, dove, con quali strumenti? Mistero.
Il carcere invece è toccato ad Andrea Bezziccheri, imprenditore e patron di Bluestone, accusato di aver corrotto Scandurra tramite una serie di consulenze. Ma anche qui, l’interrogatorio preventivo (previsto dalla riforma Nordio) è servito a ben poco. I pericoli di fuga e inquinamento probatorio erano già stati esclusi, ma il giudice ha voluto colpire comunque, tirando fuori dal cilindro la solita arma del “pericolo di reiterazione”.
Ed è qui che tocchiamo nuove vette. Per Tancredi, il gip scrive nero su bianco che egli “può continuare ad avvantaggiare persone di suo gradimento”, come “accaduto con Marinoni”, in “cambio della loro fedeltà ‘alla linea’” e della “disponibilità a intervenire sui progetti di interesse dell’amministrazione per cui lavora tuttora (nonostante l’aspettativa)”, sfruttando “le conoscenze acquisite in tanti anni trascorsi ad occuparsi dell’urbanistica milanese”. In pratica: non serve più essere assessori per essere pericolosi, basta aver avuto un incarico, conoscere qualche tecnico e avere una rubrica telefonica.
E se qualcuno pensa che le dimissioni siano un passo sufficiente per dimostrare il proprio distacco dalla “zona grigia”, si sbaglia di grosso. Per Catella e Pella, il gip taglia corto: “le dismissioni delle cariche ricoperte” non bastano, perché “oltre essere sempre revocabili dagli interessati, non impediscono certo la ripresa/continuazione delle relazioni strategiche propedeutiche alla costruzione di rapporti clientelari, corsie privilegiate e scambi di natura corruttiva”. Tradotto: dimettersi non serve, perché si potrebbe sempre rientrare. Quindi tanto vale arrestare preventivamente.
Misure cautelari che sembrano più castighi esemplari che strumenti di tutela reale. Il tribunale del Riesame sarà chiamato a valutarle, ma intanto chi è stato colpito ha già pagato – con la propria libertà – una condanna mediatica e personale, a processo ancora lontano. Il vero capolavoro, però, è l’affresco dipinto dal gip sul “sistema” milanese. Le indagini – segnala Il Foglio – “hanno progressivamente restituito un sistema tentacolare e sedimentato, nel quale una parte della classe politica, dei dirigenti comunali, dell’imprenditoria e delle libere professioni – in una commistione inestricabile di conflitto di interessi, mercimonio della funzione pubblica, paraventi istituzionali e propaganda (in termini di rigenerazioni urbane e progetti faraonici) – prospera piegando a proprio uso le regole esistenti, interpretandole capziosamente, ove possibile, o aggirandole in maniera occulta”.
Un romanzo giudiziario costruito su toni apocalittici. Al punto da bollare persino un tentativo parlamentare – la famigerata norma “Salva Milano” – come “uno scudo di impunità”, colpevole, a quanto pare, di voler fare chiarezza su un quadro normativo lacunoso. La colpa? Aver provato a sottrarre un po’ di potere alla discrezionalità della toga. Ma l’apice del paradosso arriva nella valutazione dell’interrogatorio. Gli indagati non confessano? Allora vuol dire che sono colpevoli. Letterale. Fiorentini scrive: “Nessuno ha ammesso le proprie responsabilità, né tantomeno l’esistenza di un sistema. La scelta di tale strategia difensiva – che, sia ben chiaro, è legittima e insindacabile – è tuttavia sintomatica del fatto che nessuno degli indagati abbia voluto prendere le distanze dal meccanismo che li trova, sostanzialmente, accomunati da interessi convergenti, sia sul piano economico, sia su quello politico”.
Il dossier Occhiuto
Passiamo alla Regione Calabria e al passo indietro del presidente Roberto Occhiuto. Dimissioni per l’immediata ricandidatura. La motivazione è semplice: tutto è legato all’inchiesta della Procura di Catanzaro che lo vede indagato per corruzione, con tanto di tentativo di bloccare le opere che si stanno realizzando nella regione. Una decisione coraggiosa, che merita rispetto soprattutto per il fine: non farsi uccidere politicamente rimanendo impantanato in una situazione di stallo. “Negli ultimi 30 anni in Calabria, nell’ultimo anno o anno e mezzo di legislatura, i presidenti venivano coinvolti in un’inchiesta giudiziaria, poi magari venivano archiviati, finiva tutto quanto in niente, però venivano decapitati politicamente, e si fermava la legislatura. Anzi, per un anno si parlava soltanto di questo”, l’analisi di Occhiuto: “Questo la Calabria non se lo può consentire perché la regione ha avviato un percorso che finalmente la sta facendo diventare una Regione che non è più in ginocchio rispetto alle altre Regioni d’Italia”
È mai possibile che i giudici abbiano la possibilità di bloccare una Regione attraverso un’indagine? Sì, certo. Ma è possibile che accada con tale frequenza? Un governatore deve poter lavorare liberamente, senza impedimenti, senzare avere paura di dover firmare questo o quell’atto. Occhiuto ha messo al primo posto la Calabria e gli va dato atto: pur di rilanciare il lavoro di quella terra ed evitare l’ennesima paralisi, è disposto a rischiare di perdere la carica di governatore nonostante la netta vittoria alle ultime regionali.
Il dossier migranti
Non può mancare una riflessione sull’immigrazione. La designazione di un Paese terzo come «paese di origine sicuro» deve poter essere oggetto di un controllo giurisdizionale effettivo: questo quanto sancito ieri dalla Corte di Giustizia dell’Ue pronunciandosi sul ricorso contro la procedura di frontiera nei Cpr in Albania. Insomma, i giudici tornano a dare le carte sulla gestione dei migranti. Con buona pace dei governi e delle elezioni. Sì, perchè ogni volta che un governo tenta di riportare ordine nel caos migratorio, scatta il riflesso automatico dell’interventismo giudiziario. Basta un decreto, un piano operativo, persino una circolare amministrativa, e subito parte l’assedio: ricorsi individuali, ordinanze urgenti, provvedimenti sospensivi. È un copione ormai stanco, ma ancora micidiale. E il finale è sempre lo stesso: lo Stato si ferma. I porti si riaprono. I migranti restano.
Basta un magistrato per ribaltare tutto. Basta una “valutazione soggettiva” del singolo migrante – “mi sento a rischio nel mio Paese” – e quella lista, approvata in sede politica e tecnica, non vale più nulla. Non importa cosa dica la legge. Non conta che Tunisia, Marocco o Nigeria siano classificati come sicuri da un governo democraticamente eletto. Conta l’interpretazione del giudice. Che, sia chiaro, non applica semplicemente la norma: la riscrive.
La sentenza di ieri ha ripercussioni incredibili: di fatto la Corte europea ha consegnato ai giudici nazionali le chiavi non soltanto dei casi individuali, ma anche dell’intero capitolo su rimpatri ed espulsioni degli irregolari, prerogativa chiaramente “politica”. Ma qualcuno, con la toga addosso, non è d’accordo…
Franco Lodige, 2 agosto 2025
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