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Lockdown: dai tre colori all’Italia in zona rossa?

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Peggio di un lockdown totale c’è solo un lockdown esteso su tutto il territorio nazionale, con le stesse limitazioni da Bolzano a Reggio Calabria. Il principio del nuovo Dpcm di individuare aree diverse è quindi condivisibile. E già avrebbe dovuto essere nella primavera scorsa, quando, preso dall’emergenza, e anche per la verità da una parte dell’opposizione che gridava “chiudete tutto”, il governo bloccò tutto il paese, quando allora i contagi erano estesi quasi esclusivamente al Nord.

Bene quindi il ravvedimento sul principio: ogni area, non solo ogni regione, ha una sua propria specificità. Male invece tutto il resto. Malissimo che a decidere se una regione da gialla diventa arancione e rossa siano, quasi con un automatismo, il ministero della salute e il Cts. Di questi signori, di Speranza e degli scienziati e medici di regime, non ci fidiamo per nulla. Sappiamo che loro vogliono il lockdown duro e puro, ovunque, non so, forse ricorda loro l’amata Ddr. Quindi non vorremmo che nel giro di breve tempo tutte le zone d’Italia diventino rosse, e si arrivi al lockdown graduale, instillato volta per volta. Altrimenti perché escludere le regioni, che a parole sono le prime interlocutrici? Non solo: la decisione di chiudere in casa le persone e di limitarne le libertà costituzionali non può essere demandata ad automatismi e a calcoli, peraltro su dati discutibili, in mano a quattro tecnici nominati dal governo. La tecnocrazia e la sanitocrazia che ci schiacciano.