L’avvocato Massimo Lovati è senz’altro il personaggio mediatico del momento. Tutti lo vogliono e tutti lo cercano, malgrado questo evidente eccesso di esposizione pubblica gli sia costata la revoca come legale di Andrea Sempio.
Ora premetto che nutro, al pari di tante persone, una forte e istintiva simpatia per un uomo e un professionista piuttosto pittoresco che appare come una sorta di saggio e bonario parroco di campagna di altri tempi.
Tuttavia, sul piano di un reale e approfondito interesse per il caso paradigmatico di Garlasco, con tutti i suoi annessi e connessi, ho sempre ritenuto poco interessanti le continue sparate del professionista lombardo. Tant’è che, soprattutto nelle ultime settimane, ogniqualvolta veniva lungamente interpellato nei vari talk televisivi che mi è capitato di seguire, cambiavo canale. Ciò per il semplice motivo che la martellante presenza del buon Lovati, alias Gerry la Rana, stava trasformando il dibattito su uno dei casi giudiziari più controversi in un indigeribile polpettone a base di battute e chiacchiericcio. Qualcosa di molto vicino ai pettegolezzi dei rotocalchi scandalistici.
In sostanza, alcuni programmi di approfondimento, dopo aver imboccata una strada che finora non era mai stata seguita su tanti casi finiti sotto i riflettori dei media, ovvero quella di sottoporre anche una sentenza passata in giudicato ad un rigoroso vaglio critico, per ovvie quanto legittime ragioni legate agli ascolti, hanno bruscamente cambiato approccio, almeno in parte, mettendo in scena qualcosa di simile ad un reality show in presa diretta, il cui indiscusso protagonista era l’avvocato Lovati.
Evidentemente la indubbia forza suggestiva del simpatico personaggio è risultata tale da far squilibrare il delicato rapporto tra la ricerca degli ascolti e l’esigenza di informare e approfondire correttamente, a tutto svantaggio di quest’ultimo e fondamentale aspetto.
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D’altro canto, data la crescente importanza di un caso che si sta espandendo a macchia d’olio, la concorrenza tra le varie reti televisive, a cui si debbono aggiungere i vari social, è a dir poco spietata. Ma il rischio che mi sembra chiaramente di intravedere è quello, come si dice a Roma, di buttarla in caciara, creando in tal modo i presupposti per generare ulteriore confusione in una vicenda che potrebbe costituire un importante spartiacque tra un sistema giudiziario privo di un reale contrappeso democratico da parte dell’informazione e un sistema giudiziario che è criticamente valutato dalla medesima informazione.
In tal senso, da cittadino preferisco che, quando i dubbi appaiono insuperabili, come nella vicenda di Garlasco, al primo posto si ricerchi una verità che tali dubbi sia in grado di tacitare, piuttosto che andare alla caccia spasmodica di fenomeno stravaganti da sbattere in prima pagina.
Claudio Romiti, 22 ottobre 2025
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