Donald Trump sceglie la linea dell’ultimatum con l’Iran: o un’intesa rapida sul programma nucleare, oppure “il prossimo attacco sarà molto peggiore” rispetto all’ultima operazione militare americana. Il messaggio, pubblicato su Truth, non resta sul piano della retorica: Trump lo accompagna con l’immagine di una forza militare “imponente” in movimento verso la regione, descritta come pronta a colpire “con rapidità e violenza” se necessario. È una pressione che mira a trasformare la minaccia in leva negoziale, ma che al tempo stesso accorcia la distanza tra propaganda e rischio reale.
I media israeliani sono convinti che Trump stia prendendo in considerazione una mossa enorme nei confronti di Teheran e non esclude un cambio di regime.
La risposta iraniana è arrivata quasi in tempo reale e, soprattutto, in forma pubblica. La missione di Teheran all’Onu ha dichiarato che l’Iran è disposto al dialogo “sulla base del rispetto reciproco”, ma ha avvertito che, se attaccato o “spinto all’angolo”, si difenderà e risponderà “come mai prima”. In parallelo, anche la linea politica interna iraniana si è irrigidita: il ministro degli Esteri Araghchi ha chiarito che “condurre la diplomazia sotto minaccia militare” non può funzionare, mentre da Teheran il viceministro Ghariabadi ha detto apertamente che oggi lo scenario ritenuto più probabile è la guerra, non i negoziati, e che il Paese si sta preparando “allo scenario peggiore”. Ali Shamkhani, consigliere della Guida Suprema Ali Khamenei, ha scritto invece su X che “qualsiasi azione militare americana sarà considerata l’inizio di una guerra e verrà affrontata con un attacco immediato. La nostra risposta all’aggressione sarà immediata e senza precedenti, e sarà diretta all’aggressore, a tutti i suoi sostenitori e al cuore di Tel Aviv”.
La strategia di Trump: deterrenza o scadenza?
La mossa americana ha un obiettivo evidente: imporre un tempo breve, una scadenza psicologica e politica che costringa Teheran a scegliere. Trump parla di “tempo che stringe” e di necessità di “sedersi rapidamente al tavolo”. È la classica logica del “deal” ottenuto tramite massima pressione: far percepire all’avversario che ogni giorno perso rende più vicina la forza. Il presidente Usa ha fatto sapere che “un’imponente armata si sta dirigendo verso l’Iran. Si muove rapidamente, con grande potenza, entusiasmo e determinazione. È una flotta più grande di quella inviata in Venezuela, guidata dalla grande portaerei Abraham Lincoln. Come per il Venezuela, è pronta, disponibile e in grado di compiere rapidamente la sua missione, con rapidità e violenza, se necessario”.
L’Iran risponde: “Non ci intimidite”
Teheran replica con un doppio registro calibrato: apertura formale al dialogo, ma solo “nel rispetto reciproco”; e deterrenza esplicita se l’attacco si concretizza. Le parole “come mai prima” non sono solo propaganda: sono un messaggio strategico, perché servono a comunicare che un’azione americana non sarebbe “chirurgica” e senza conseguenze, ma porterebbe una risposta capace di alzare il costo politico e militare dell’operazione.
Rubio: “Spero non si arrivi all’opzione militare”
A rafforzare la pressione, ma con tono più istituzionale, interviene il segretario di Stato Marco Rubio: definisce l’Iran “più debole che mai”, ricorda che Teheran mantiene “migliaia di missili balistici” e ribadisce che il presidente si riserva l’opzione dell’“autodifesa” per neutralizzare la minaccia. Allo stesso tempo, però, Rubio prova a lasciare aperta una via d’uscita: “spero che non arriviamo alla fase dell’opzione militare”. È un equilibrio tipico: non smentire Trump, ma evitare che la minaccia diventi un automatismo.
Nel frattempo, la regione reagisce come reagiscono i teatri che hanno già visto escalation incontrollate: massima allerta, canali di mediazione, messaggi indiretti. Il punto è che, anche se formalmente “la via diplomatica resta aperta”, l’assetto attuale aumenta il rischio di incidente, errore di calcolo, provocazione di terzi attori o dinamiche incontrollabili. Quando le flotte si muovono e le dichiarazioni diventano ultimatum, basta poco perché una crisi “gestibile” diventi irreversibile.
Intanto l’Europa discute se includere i Pasdaran, cioè le Guardie della Rivoluzione iraniana, nell’elenco delle organizzazioni terroristiche. L’Italia e la Germania sono favorevoli, così come la Francia. “Un regime che può mantenersi al potere solo con la forza bruta e il terrore contro la propria popolazione ha i giorni contati”, ha detto il Cancelliere Friedrich Merz oggi in conferenza stampa. “Potrebbero essere settimane, ma questo regime non ha alcuna legittimità per governare il Paese e se ci sono state decine di migliaia di vittime nelle ultime manifestazioni contro il regime, è evidente che il regime dei mullah può mantenersi al potere solo con il terrore puro”.
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Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI


