La poppizzazione del pope non è fenomeno recente ma sta sfuggendo di mano. Partì con Wojtyla, nel secolo scorso, ma Wojtyla era uno che ruotava il bastone, cantava coi “giovani” ma teneva ferma la bussola, chi gli è succeduto pare averla persa, la bussola, è scombussolato e non si sa dove va a parare.
Lasciamo perdere il povero Benedetto XVI, che più che del secolo scorso pareva dello scorso millennio con quella vocina, sempre impacciato, sempre perso per virtù teologali e riflessioni troppo eteree per questo mondo social; poi è arrivato il pa(m)pero col suo odio viscerale verso i gringos, che pareva Mescal quello di Trinità, e lì si sono aperte le cateratte del tempo coi suoi sconclusionati discorsi in alta quota, i suoi pugni sul naso a chi gli tocca la mamma (voleva difendere gli stragisti islamici di Charlie Hebdo), i suoi schiaffi rabbiosi alle cinesi che volevano toccarlo, un imbarazzo, ma dicevano è un papa social, funziona, funziona.
Questo qui ancora nuovo di zecca, non è tanto vero che segna “una rottura”, casomai una continuità. Magari non solo per colpa sua, si sa come sono i social, come è il circo dell’informazione che ormai è dipendente, è funzione dei social, però insomma anche lui non fa niente per tirarsi indietro: lo infilano nell’abitacolo della Ferrari Puffo, quella full electric, autonomia di 40 km a pieno regime, lo mettono nella carlinga dell’aereo, piovono storie un po’ strampalate sulle scarpe da ginnastica, che uno non capisce bene se siano di varia umanità o di varia pubblicità.
Sta di fatto che gli portano un paio di sneakers abbastanza impegnative, da maranza, e la faccenda fa il giro del mondo, e il marchio impenna le vendite, perché si ha cura di specificare la marca e qui non si capisce più se nella logica neocattolica il denaro sia il fumo del demonio o lubrificante anodino, certo che il pope Leo deve averci un’esclusiva con la Nike, gli regalano sempre quelle, nel 2022 come oggi che è pontefice, e piovono meme, in spirito di riverenza commerciale.
Appena ieri, ma quanto tempo è passato dalle scarpe rosse di Ratzinger, così obsolete. E vabbè, nell’era cattoislamocomunista ci si interroga non sull’escatologia ma sulle scatole di sneakers, poi sull’intelligenza artificiale, poi sui computer che la fanno marciare; ed è delizioso l’aneddoto del fratello John, fratello di sangue, che lo chiama da Chicago perché gli si è impallato il notebook e Leo, un po’ divertito un po’ sconcertato: “John, io sarei il papa”. L’altro, manco una piega: “Oh scusa papa, ma qui mi si è incasinato tutto”. Abbiamo un papa smanettone e non lo sapevamo, apposta la prima enciclica l’ha fatta sulla IA.
Superpope, superpop. Va bene così? Non si sa, uno potrebbe eventualmente osservare che ne esce compromessa l’autorevolezza, ma subito gli risponderebbero che così vanno le cose, così debbono andare e non c’è papa che tenga, anche lui deve piegarsi non alle Tavole della Legge ma a quelle di Instagram e Tiktok. La poppizzazione estrema del santopadre non è negoziabile e non è arginabile, va dritta per la sua strada, a Dio piacendo e anche dispiacendo: serve a rendere simpatica una figura per molti aspetti in crisi, crisi di autorità, minata da una secolarizzazione mai così spinta, dalla personalizzazione del Padreterno, dall’offensiva islamista cui la Chiesa sembra arrendersi senza neppure provare a resistere; e allora qual è il piano B? Umanizzarsi sempre più, a costo di disperdersi.
Ci pensa una comunicazione un po’ furba e un po’ demenziale, capace di scrivere cose del genere: “Leone XIV è un essere umano, e vediamo la sua umanità un po’ di più ogni giorno. Niente di tutto questo sminuisce l’ufficio. La zutana bianca mantiene il suo mistero perché l’uomo al suo interno ha giocato in difesa a Trujillo, ha perso il cuore per la Coppa del Mondo del 1982 e ancora prende le chiamate tecniche del fratello”.
Ma già dallo stile, dalla prosa è esattamente il contrario, questa è roba per dodicenni che leggono un albo dell’Uomo Ragno, non per cattolici evoluti in cerca di orientamento. Peraltro, anche Giovanni Paolo II era tifoso di calcio e seguiva gli stessi Mondiali. Ma nessuno se ne accorse più che tanto. È vero che non c’erano i social, non c’era internet.
Ma a nessuno sfiora la mente che dire del santo padre di un miliardo e mezzo di cattolici che “gioca in difesa” eccetera, può provocare una degenerazione: sì, il papa è un uomo, fin dai tempi di Pietro, anche lui ride, sa i computer, tifa ai mondiali (sperando non bestemmiando, in un esubero di umanità), ma questo non era in discussione, mentre lo è quel volerlo rendere semplicemente e solamente un personaggio senza carisma, senza connessione col divino.
È proprio questo eviscerarlo, questo amputarlo di ogni mistero che lo neutralizza. Il papa non è Shakira, non è l’Uomo Ragno e non è un trapper, Cristo santo. Se non gli lasci una qualche aura, a che serve? Lo hanno capito bene quei primitivi dell’Islam radicale, che dopo 14 secoli si radicalizzano ulteriormente nella superstizione e negli anatemi. E vincono, purtroppo, e senza scarpe griffate.
Max Del Papa, 16 giugno 2026
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