Molti nel centrosinistra festeggiano. In Campania Roberto Fico stravince, in Puglia Antonio Decaro vola oltre il 64%, in Veneto il centrodestra conferma senza fatica la sua roccaforte con Alberto Stefani. Una giornata elettorale che regala titoli facili e dichiarazioni ancora più facili: “messaggio al governo”, “la maggioranza nazionale è in difficoltà”, “Meloni indebolita”. È un vecchio ritornello, quasi un riflesso automatico: bastano due regioni vinte per immaginare una rivoluzione politica.
Eppure, come spesso accade, la narrazione del momento non coincide con la realtà dei numeri. Perché quando si esce dalla bolla della serata elettorale e si guarda il quadro complessivo degli ultimi anni, la musica cambia. Dal 2022 a oggi il centrodestra ha portato a casa tredici vittorie, mentre il centrosinistra si è fermato a sei. È un dato semplice, verificabile e soprattutto molto poco compatibile con l’idea del “vento che cambia” che qualcuno vorrebbe raccontare.
In Veneto era scontato che Stefani vincesse, ma le dimensioni del distacco – oltre 35 punti su Manildo – ricordano che quella regione resta un fortino inespugnabile. Balneari, agricoltori, autonomie, infrastrutture: è un voto politico nel senso più concreto del termine, non un referendum sul governo nazionale. Il centrosinistra ci sperava, ma i numeri lo riportano alla realtà.
In Campania, invece, il clima era già di festa nel pomeriggio. Fico supera il 61% con un margine che nessun analista metteva davvero in discussione. Nel comitato elettorale si presentano tutti i leader della coalizione – Schlein, Conte, Fratoianni, Bonelli – e l’atmosfera è quella delle grandi occasioni. Fico si concede anche una stoccata al governo: “Sono venuti qui tutti i ministri, hanno promesso qualunque cosa… oggi questa regione batte il governo Meloni”. È il tipo di frase perfetta per i titoli, ma che ha poco a che fare con l’analisi: la Campania vota da vent’anni la stessa area politica e continua a farlo. E soprattutto i problemi per Fico inizieranno oggi, in una coalizione in cui a comandare sono ancora De Luca e Mastella.
Decaro in Puglia vive una serata simile. Il suo 64,9% non è un terremoto, è la conferma di un sistema territoriale consolidato. Lui stesso lo riconosce quando ammette che “all’inizio mi tremavano le gambe”. Una vittoria larghissima, certo, ma anche questa pienamente prevista dai sondaggi e dalla storia recente della regione.
La verità, però, è che il centrosinistra trasforma tre risultati già scritti in un trofeo politico nazionale che non esiste. Le elezioni regionali sono sempre meno un test sul governo e sempre più la fotografia di territori che scelgono in base a reti locali, amministrazioni uscenti e affluenza molto bassa. E quando quest’ultima scende al 43,6%, come in questa tornata, la forza delle strutture consolidate pesa ancora di più.
Il punto è semplice: le vittorie di oggi sono importanti per chi le ottiene, ma non cambiano l’equilibrio generale del Paese. Anche perché la geografia elettorale degli ultimi tre anni parla in modo chiarissimo. Se davvero ci fosse un “messaggio al governo”, come alcuni sostengono, bisognerebbe spiegare perché questo messaggio arriva solo in un terzo delle elezioni disputate dal 2022. Sì, torniamo a quel 13 a 6.
Non stiamo parlando di piccole vittorie isolate: il centrodestra ha una presenza stabile e dominante su gran parte del territorio. Marche, Piemonte, Liguria, Lombardia, Veneto, Trentino-Alto Adige, Friuli-Venezia Giulia, Lazio, Abruzzo, Molise, Basilicata, Calabria e Sicilia sono tutte guidate da presidenti politici del centrodestra. Alcune vittorie sono più pesanti di altre, basti pensare alle Marche: alle Regionali del 2025 il centrodestra si è riconfermato con Francesco Acquaroli in una realtà considerata fino al 2020 una roccaforte del centrosinistra. Un voto che ha confermato le contraddizioni interne al campo largo, certificate ulteriormente in Calabria e in Liguria. Partiamo dalla prima regione, dove Roberto Occhiuto ha vinto ben due volte, superando anche l’assalto giudiziario cavalcato dai giallorossi. Stesso discorso in Liguria, dove Marco Bucci ha stravinto nonostante la campagna contro il caso Toti.
E la sinistra? Le sei Regioni dove governa l’ammucchiata sono Emilia-Romagna, Toscana, Umbria, Campania, Puglia e Sardegna. Si tratta di territori storicamente “rossi” o comunque favorevoli alle sinistre. E in alcuni casi è servita la divina provvidenza per garantire il successo, basti pensare al voto in Sardegna, dove Alessandra Todde è stata proclamata ufficialmente nuova governatrice con un divario ridicolo di 3.061 voti: la grillina ha ottenuto 334.160 preferenze contro le 331.099 di Truzzu. Un po’ poco per parlare di messaggio al governo, no?
Il centrosinistra oggi canta. Il centrodestra, al netto di Veneto blindato e governo ancora molto solido, non ha motivi per allarmarsi. E gli italiani, come sempre, dovranno distinguere la retorica della serata elettorale dai dati del calendario elettorale. Perché le urne di ieri raccontano tre storie locali, non una rivoluzione nazionale. E questo, piaccia o no, resta il punto.
Franco Lodige, 25 novembre 2025
Nicolaporro.it è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati (gratis).
Da oggi puoi aggiungere Nicolaporro.it alle tue fonti preferite su Google visitando questa pagina e spuntando la checkbox a destra
@ Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI


