Giustizia

Ma quale “Bella ciao” canto condiviso: se un inno diventa propaganda di sinistra

Storia e politica di una canzone che oggi divide più di quanto unisca

Magistrati Bella Ciao
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Sin da bambino, la canzone “Bella ciao” mi incuteva un senso di disagio, di repulsione. Non ne comprendevo il motivo, ma associavo al ritornello “… ciao, ciao ciaoooo” le facce stravolte dall’odio e dalla rabbia di donne con il fazzoletto rosso al collo. E l’immagine mi intimoriva. Bene inteso, la mia famiglia, da parte di padre, è sempre stata liberale, con vene anarcoidi, mentre da parte di madre si virava al rosso.

Ciò nonostante, quella canzone, cantata in modo sguaiato e aggressivo, mi spaventava, e ha contribuito non poco ad allontanarmi istintivamente da quel consesso rancoroso e sguaiato. Lasciando perdere i miei ricordi fanciulleschi, mi tocca constatare che, come al solito, i sinistri sono maestri nell’arte mistificatoria e propagandistica, quando affermano che tutti gli italiani si dovrebbero riconoscere in questa canzone che è simbolo della lotta partigiana. E come tutte le mistificazioni che si rispettino c’è un fondo di verità.

È vero, il testo parla di lotta contro l'”invasore” senza riferimenti di classe o partito; Bella ciao è generico: parla di un partigiano che combatte l’invasore nazifascista e muore per la libertà. Questo lo ha reso “duttile” e inclusivo all’inizio: poteva rappresentare tutta la Resistenza (cattolici, liberali, socialisti, comunisti, azionisti), ma nel dopoguerra fu diffuso soprattutto in ambienti legati al Partito Comunista Italiano (feste dell’Unità, raccolte di canti partigiani).

Comunque, per la sua originaria inclusività, i governi di centrosinistra negli anni ’60 lo promossero proprio per sottolineare l’unità antifascista e impedire che il PCI se ne appropriasse in esclusiva. Ma la sua vera popolarità esplose tra il 1963-1964, con la versione di Yves Montand (all’anagrafe Ivo Livi, il cui padre era un attivista del PC italiano), e la sua esecuzione al Festival dei Due Mondi di Spoleto. Da lì divenne un simbolo della Resistenza in senso ampio.

A partire dal 1968, però, i movimenti studenteschi, operai e di estrema sinistra lo adottarono massicciamente come inno di protesta contro “il sistema“, l’autorità e il capitalismo. Aggiunsero perfino strofe come “Era rossa la sua bandiera… come il sangue che versò”. Da canto trasversale diventò così canto di lotta giovanile e di sinistra e l’ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, storicamente vicina alla sinistra) lo ha eletto a simbolo del 25 aprile.

Negli anni ’70-’80 fu cantato ai funerali di Enrico Berlinguer e in tante piazze di sinistra. Questo ha creato una percezione identitaria: per molti a sinistra è “il nostro inno”, per altri (soprattutto a destra) un simbolo “comunistizzato” o usato per etichettare come “fascista” chiunque non lo canti o lo critichi. Oggi viene intonato regolarmente in manifestazioni antifasciste, contro governi di centrodestra o proteste contro figure percepite come “di destra”.

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È, pertanto, diventato uno strumento di propaganda esclusiva della sinistra, che si è appropriata della Resistenza (che fu trasversale) ed è usato per dividere invece che unire. Al di là di ogni mistificazione, la realtà è che la canzone non è “nata di sinistra”, ma lo è diventata.

Da canto popolare di resistenza contro l’oppressore, potenzialmente di tutti gli antifascisti, è stato adottato e promosso soprattutto da sinistra, specialmente dal ’68 in poi, fino a diventare simbolo identitario nei rituali, nelle piazze e nella cultura “progressista” che esclude e polarizza, legato a una narrazione storica che privilegia una sola anima della Resistenza.

Chi lo intona, pertanto, dichiara manifestamente il proprio schieramento politico. Solo l’ipocrisia della sinistra può chiedere di simboleggiare l’unità nazionale con questa canzone. Per tale scopo, esiste il ben più inclusivo Inno di Mameli!

Carlo MacKay, 25 marzo 2026

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