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Macron gioca alla guerra, ma Onu ed Europa tacciono

Il filosofo Costanzo Preve, raffinato intellettuale di ispirazione marxiana e neohegeliana, sosteneva che “.. questa è un’epoca in cui gli intellettuali sono più stupidi della gente comune.” Teoria forse avventurosa a livello dei singoli, ma di certo vera a livello di elettori. Per esempio, checché ne possa pensare Mario Monti, i cittadini svizzeri non ”sbagliano” mai un referendum popolare, specie quelli “difficili” di tipo costituzionale (le loro élite spesso lo capiscono solo anni dopo). La politica non è una scienza, non è la fisica, non esistono i “competenti”, ogni uomo ha le sue sensibilità politiche e sa come trasformarle in un voto che lo rappresenti.

Prendiamo Emmanuel Macron, dopo un annetto di gesti (vocali) bonapartisti ha cominciato a sgonfiarsi, non ne ha più imbroccata una, gli scoprono ambigui altarini privati, non riesce a fare il bagno al mare, nella sua piscina in Provenza c’è più cloro che acqua, i ministri fuggono, gli scoop più feroci su di lui non li fa più Le Canard enchaîné ma il quotidiano delle élite Le Monde (un messaggio in codice del suo padrino Jacques Attali?). E Le Figaro fulmina il macronismo dicendo che non si può mischiare tutto e il suo contrario, trasformando la Francia in un banale frullato: “Ieri il macronismo appariva un’idea geniale, oggi pericolosa”. Tanti lampi, qualche tuono, ma con lui l’execution latita, Macron è sì un mago della pioggia, ma un eunuco quando c’è il sole (politicamente parlando, of course).

Macron, come il suo predecessore Nicolas Sarkozy adesso si è messo a giocare alla guerra in Libia, immagino senza aver capito il Paese. E dire che c’ero arrivato persino io a capirlo, quando negli anni Ottanta ci operavo come fornitore di grandi veicoli a trazione integrale, con stabilimento di montaggio annesso. Allora Mu’ammar Gheddafi (un genio del male, ma pure della politica, come Josip Broz Tito) aveva avuto una geniale business idea. La ripeto come me la raccontò, con fierezza berbera, uno dei suoi tre o quattro numeri due. La Libia non solo era culturalmente spaccata in due, fin dal tempo di Roma (Cirenaica e Tripolitania), ma pure in un centinaio di Tribù, poche grandi, le altre medie e piccole. Che fece il Colonnello? Si guardò bene dal farsi Generale, trasformò la Libia in una Holding di partecipazioni, secondo un suo Manuale Cencelli assegnò alle singole Tribù pacchetti di azioni, posti e prebende. Si assegnò il ruolo di Ceo, dai manager europei pretendeva tangenti che ridistribuiva ai politici europei. A ogni libico, grazie al petrolio, assegnava un vero e proprio reddito di cittadinanza che gli permetteva, se voleva, di vivere senza lavorare, anzi a quell’epoca i cittadini della classe media avevano almeno un servitore straniero. Sistemata la pace sociale il Colonnello si mise a giocare a fare il profeta o lo statista o il dittatore, a seconda dei giorni. Cambiò stile e si diede una calmata solo quando Ronald Reagan si stufò delle sue pagliacciate e gli sganciò un po’ di bombe nel bunker-tenda di Bab el Aziziya. Se si fosse procurato uno straccio di atomica sarebbe ancora vivo, come Kim Jong-un.

Proprio causa la Libia (e Ventimiglia, e Bardonecchia) la quasi la totalità degli italiani (oltre il 90%) disprezza Macron e la sua politica arrogante sul petrolio e sull’immigrazione; pensa te, il genio dell’Ena voleva fare della Sicilia un campo di concentramento). Sul rapporto con la Francia noi italiani siamo sempre fermi a una domanda che dopo anni non ha ricevuto risposta alcuna: “Perché Nicolas Sarkozy, e i suoi compagni di merende David Cameron e Barack Obama non sono stati denunciati alla Corte dell’Aia e processati? Hanno fatto una guerra criminale senza neppure il bollino dell’Onu, anzi a uno hanno pure dato il Nobel per la Pace”.

E che fa Macron? Anziché il governo riconosciuto dall’Onu, lui supporta, briga, intrallazza, con il generale golpista Khalifa Haftar. E l’Onu? Tace. E l’Europa? Tace. Un mondo capovolto. E lui? Finalmente, l’abbiamo beccato, è il legno storto di “questa” curiosa Europa che, speriamo, finisca fra otto mesi.

Riccardo Ruggeri, 5 settembre 2018

 

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