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Macron, quando l’ordine è tacere

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Al mercato di piazza Madama Cristina, chiedo al mio baffuto fruttivendolo fragole di Marsala e noci di Grenoble per la mia prima colazione con lo yogurt, dicono preziosa per i convalescenti. Un’anziana signora (nom de plume, Maria) mi fa notare, sorridendo, che lei le noci di Grenoble non le compra più, per disprezzo verso i francesi di Emmanuel Macron, che, mi dice, voleva trasformare la Sicilia in un campo di concentramento di migranti africani.

Mi spaccio da giornalista (i giornali mi pubblicano, ma in realtà non sono certificato, sono un intruso) e invito Maria a prendere un caffè al bar all’angolo. Parto dalle noci, quelle di Grenoble non hanno scarti quindi, pur costando 7 € al chilo sono più convenienti, e più buone delle altre, italiche e no. Concordo con Maria sul giudizio politico-umano (pessimo) su Macron. Siamo in San Salvario, nel quartiere più multietnico della città, l’unico che, di giorno, ricorda ancora la “mia” Torino anni Cinquanta, e dove vivono tre dei miei quattro nipotini (di notte però ricorda Johannesburg), ma basta fare 200 metri e siamo “in centro”, come diciamo noi. Il “centro” invece pullula di macroniani di complemento, madamin di lotta, ex fornitori Fiat vecchie cuscute che si spacciano ancora per industriali e che non hanno ancora capito che i prossimi poveri saranno loro.

Racconto a Maria un episodio successo a Eaubonne, un’ora di treno da Parigi, il 12 marzo scorso (i miei amati “segnali deboli” che cerco di captare ovunque) e che rappresenta al meglio la Francia fascio-illuminista di Macron. Jean Villot, 57 anni, era un maestro elementare, a detta di tutti più dolce che severo, alla fine della lezione del 12 marzo, chiede a un suo allievo di 6 anni di spostarsi perché stravaccato sui gradini impedisce il passaggio ai suoi compagni. I richiami verbali sono inutili, anzi il piccolo reagisce insultando il maestro (sic!), allora Villot lo prende per un braccio, lo sposta, procurandogli un piccolo graffio.

È l’inizio della fine per il maestro Jean Villot: è entrato nel protocollo occidentale del politicamente corretto, ne esci o morto o zombie. Il 13 marzo la famiglia del bambino lo denuncia alla Polizia per “violenze aggravate su minore”, il Rettorato, anziché convocare i genitori del piccolo rivoluzionarlo e sospenderlo, convoca lui per spiegazioni per il 14 marzo. Il suo cellulare si surriscalda, altri genitori lo insultano e lo minacciano. Venerdì 14 marzo al mattino accompagna la moglie alla stazione poi si impicca nel bosco vicino al paese, lasciandole una lettera “… non sopporto di difendermi da accuse assurde”. Il lunedì arriva da Parigi il funzionario ministeriale, intima agli insegnanti di mantenere la calma, fingere che non sia successo nulla per “garantire l’ordine pubblico” (sic!), solo tre insegnanti possono partecipare al funerale (sic!), tutti gli altri a scuola. Una vergogna di Stato, che tentano successivamente di coprire con un minuto di silenzio in sua memoria.