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Manette agli evasori? Una scemenza per 3 motivi

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Bisognerebbe avere il coraggio di gridare ad alta voce che le manette agli evasori sono la stupidaggine più grossa che si potrebbe fare in questo momento per tre ordini di motivi.

1. Il primo è di tipo generale, politico. Il governo ha poche risorse per rilanciare l’economia. Quando non ci sono quattrini, l’unica via per cercare di dare uno stimolo all’economia è quello di liberarla il più possibile da lacci e lacciuoli. Ogni intervento di nuova burocrazia, di norme di dettaglio, di procedure penali, spaventa, frena, limita. E il discorso non vale solo per i privati. Gli amministratori pubblici, per i quali l’evasione si chiama corruzione e abuso di ufficio, non firmano più una pratica per il timore di finire sotto inchiesta.

All’obiezione massimalista di favorire così un mondo di ladri si può facilmente obiettare: il fatto che ci possa essere qualcuno che se ne approfitti è eventuale, mentre l’infelice decrescita che stiamo vivendo è certificata. Altro che manette agli evasori, togliamo i ceppi dall’economia.

2. C’è una seconda questione più specifica. E che i più dimenticano. Per un furto in abitazione ci si becca, si fa per dire, tra i 4 e i sette anni di carcere. Per l’evasione tra uno e mezzo e 6 anni. Più o meno le pene massime coincidono. Ma a differenza del furto tra privati, quando si parla di evasioni esiste come pena accessoria una sanzione che va dal 135 al 270 per cento della tassa evasa.

Dunque prima il penale e poi il portafoglio. Si rischia di pagare tre volte quanto si è sottratto all’obbligo fiscale. La deterrenza della sanzione pecuniaria si somma a quella penale. Per la verità nella bozza del disegno fiscale preparato dal ministro Gualtieri, l’unica cosa opportunamente prevista è la certezza della pena sanzionatoria. E ciò ha un senso: riuscire a far pagare per davvero l’evasore pizzicato è molto più utile e terrorizzante che metterlo in galera. Ovviamente si tratta di buon senso che non basterà al grillino ministro della Giustizia.