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Maranza, l’Occidente si sta scavando la fossa

Dalle caserme trasformate in riformatori alle vetrine devastate, il cortocircuito di chi distrugge proprio il benessere che lo ha attratto in Italia

Davanti alle immagini delle nostre città ostaggio dei recenti atti di violenza, la discussione pubblica è divisa in vari riflessi condizionati più o meno prevedibili. Da un lato il sociologismo di maniera, il buonismo paternalista secondo cui ognuno di questi atti che, chiamiamoli con il loro nome, sono di pura criminalità, andrebbe compreso, contestualizzato e infine perdonato in nome del disagio giovanile e delle colpe dei padri. E poi ci sono le voci di chi invoca soluzioni comicamente muscolari come il ritorno alla leva obbligatoria per questi giovani violenti.

Gira un post che propone un sondaggio: “leva obbligatoria per disciplinare i giovani dove i genitori hanno fallito. Sei d’accordo?” Io no, assolutamente NO.  Punto primo: perché la leva dovrebbe essere una misura contro la violenza? Da quando? La leva nasceva come dovere civico essenziale non come punizione o percorso riabilitativo per la devianza né come surrogato del sistema giudiziario. L’esercito italiano non è un reparto di psichiatria all’aperto, né può essere convertito in un riformatorio di ultima istanza. Punto secondo: Le nostre Forze Armate sono composte da professionisti altamente specializzati e formati per difendere la sicurezza della Nazione, sono formate solo da volontari, non ci sono, e non possono esserci, educatori di comunità per soggetti che dovrebbero semmai rispondere dei propri reati davanti alla giustizia ordinaria e nelle sedi carcerarie preposte.

Pensare di risolvere il collasso della disciplina sociale delegando il degrado alle caserme è un’illusione che non può risolvere il problema della criminalità di strada e, soprattutto, svilisce l’istituzione preposta alla difesa. Alla Difesa. Dunque non è difesa nemmeno mandare pattuglie dell’Esercito a presidiare stazioni o vie del centro, di fatto senza reali poteri di intervento e senza le qualifiche giuridiche proprie della Polizia di Stato o dei Carabinieri. È una pura operazione di facciata. I soldati sono addestrati per scenari di combattimento e difesa strategica, non sono un deterrenti visivi né un bersagli statici alla furia di questi assalti. Deprime vederli ridotti a guardiani passivi di un degrado che la politica non sa governare all’origine: un esercito di professionisti non può essere usato come foglia di fico per coprire l’impotenza delle forze di polizia e la paralisi della giustizia.

Di fatto non  è ancora sorta un’idea efficace per contrastare la devastazione di questi giorni. Ma, senza ovviamente disconoscere il cospicuo contributo fornito dai partecipanti di origine italiana, osservando la composizione di queste frange violente, dove, si è visto, le seconde generazioni e i giovani di origine straniera recitano spesso un ruolo da protagonisti sorgono alcune riflessioni: ragazzi impregnati di attivismo anti-occidentale, filo-Hamas o radicalmente ostili ai valori liberali, sfogano la loro rabbia contro le vetrine dell’alta moda e i simboli del capitalismo occidentale.

Proprio contro quel benessere e quella ricchezza che hanno spinto le loro famiglie a sbarcare qui, in occidente. Una furia iconoclasta che distrugge proprio ciò che attrae le folle di migranti. Ma la verità è che rispettare e mantenere ciò per cui hanno lasciato la loro terra per venire nella nostra richiederebbe un livello di coscienza che evidentemente difetta. Parliamoci chiaro e chiediamoci come mai vetrine di Gucci e di Apple non siano già aperte nei loro paesi. E rispondiamoci. Distruggere sistematicamente ciò che ha esercitato attrazione significa condannare se stessi a replicare le medesime condizioni di povertà e instabilità dei luoghi d’origine. E non è indice di ingegno.

Se vi fosse un briciolo di accortezza e di logica, questi giovani dediti alla furia distruttiva,  capirebbero che stanno demolendo quel sistema capace di produrre anche il loro stesso benessere e distruggendo lo status symbol che disperatamente bramano? Sì, se vi fosse accortezza e logica. Ma se i modelli culturali ed economici dei loro padri, o quelli teocratici e anti-occidentali che oggi sbandierano nelle piazze, fossero stati capaci di generare ricchezza, quelle vetrine esisterebbero già nei paesi da cui sono fuggiti.

Invece assistiamo alla marcia che si appropria del benessere senza meriti: distruggono il sistema che li ospita per accaparrarsi l’ultimo modello di scarpe griffate, senza capire che una volta saccheggiato e spento il motore dell’Occidente, non resteranno che le macerie. A quel punto, la nazione sarà anche nelle loro mani, ma sarà identica a quella landa desolata e priva di futuro da cui i loro genitori hanno cercato scampo, una sterile zeriba urbana.

Se la tendenza non verrà invertita bloccando flussi migratori che appaiono insostenibili anche nelle quote regolamentate, il rischio è una desertificazione sociale: quando tutto sarà depredato e le attività economiche chiuderanno, non resterà che una nazione impoverita, costretta a regredire verso modelli abitativi ed economici primitivi, simili alle capanne di frasche che hanno lasciato o ai regimi all’origine della istanze di protezione internazionale.
E allora cosa potranno fare? I loro figli cercheranno altre sponde alle quali approdare, altri negozi da saccheggiare e così in un ripetersi nei secoli finché la lezione non sarà imparata. Sempre una cosa manca: quella minima sagacia per capire che marciano incontro  a una ineluttabile regressione verso ciò da cui sono fuggiti.

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E poi possiamo smantellare anche il dogma secondo cui l’immigrazione di massa rappresenterebbe una risorsa indispensabile e insostituibile per la nostra sopravvivenza economica. La narrazione del “lavoro che gli italiani non vogliono più fare” – come la raccolta nei campi – per una parte della politica, è il solo modo per mantenere un bacino elettorale che garantisca sopravvivenza. Errato. Fermare i flussi. Tutti. E voglio credere che siamo ancora in tempo per  fermare quella guerra ibrida che il Ministro Crosetto ipotizza fomentata attraverso i social contro l’Occidente.

Teresa Casamichela, 22 ottobre 2026

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