Poiché la questione mediorientale è una tela di Penelope senza fine e i cristiani, stretti tra ebrei e musulmani, cominciano a starci a disagio (anche se proprio comodi non ci sono stati mai), ecco una modesta proposta avente come oggetto proprio loro. Per iniziare diciamo subito che Gesù Cristo ha lasciato ai suoi seguaci un inestimabile regalo: l’Eucarestia. Cioè, i cristiani possono far scendere il loro Dio su qualunque altare, anche improvvisato, in qualsiasi posto. Pure nelle catacombe, pure in galera, come ben sanno i martiri (quelli veri, anche se il termine è stato poi abusato da ogni ideologia). Per loro i Luoghi Santi sono solo reliquie, e delle reliquie in caso di necessità si può fare a meno. Non così per ebrei e musulmani: la Roccia di Abramo è unica, è là e solo là. Ismaele e Isacco se la contendono da sempre, costi quel che costi in termini di sangue. Sì, è vero, Gerusalemme è stata la Città Santa anche per i cristiani, e per motivi tanto noti che è inutile riassumere. Per due secoli i cristiani provarono a riappropriarsene, con le Crociate, al grido di “Deu le volt!”, “Dio lo vuole!”, a ciò spronati anche dai papi. Due secoli di ammazzamenti, salassi finanziari, errori clamorosi alternati a fulgidi eroismi alla fin fine inutili.
L’unico risultato di qualche vantaggio fu questo: finché i crociati rimasero in Terrasanta, l’espansionismo islamico segnò il passo. Per poi sciamare, tolti loro di mezzo, fino a Budapest, Belgrado, Vienna. Fu Bonifacio VIII a prendere atto che forse “Deu non volt”, o non voleva più. Nel 1300, dieci anni dopo la disfatta definitiva di San Giovanni d’Acri, rassegnandosi al fatto che Gerusalemme era perduta per sempre, dichiarò che la nuova Città Santa era Roma, e tutte le indulgenze del pellegrinaggio vennero dirottate sulle Tombe degli Apostoli nel primo Giubileo. Ma questo poté fare perché, come anticipato all’inizio del presente articolo, Cristo non ha bisogno di un luogo preciso, unico e irrinunciabile. “Io sono con voi fino alla fine del mondo”. Nell’Eucarestia, appunto, dono inestimabile di un Dio che, anche in questo, conosceva il futuro. Ed eccoci alla modesta proposta: i cristiani se ne vadano da lì e lascino ebrei e musulmani a scannarsi per quelle quattro pietre. Emigrino, come suggerito dal compianto cardinal Biffi, da noi, se non in Europa almeno in Italia, dove, teoricamente, al momento ci sarebbe un governo favorevole (almeno in linea di principio).
Con loro non ci sarebbero gran problemi di integrazione e, assorbiti, davvero pagherebbero le nostre pensioni. La Ue ha riempito l’Europa già cristiana di musulmani, i quali stanno cacciandone gli ebrei in attesa di cacciare tutti gli altri. Un’infornata di cristiani mediorientali potrebbe, almeno, tamponare il problema (e supplire al voto islamico: l’unico orecchio da cui i politici sentono). Per quanto riguarda il confitto attuale colà (l’ennesimo), chiunque vinca dovrà fare i conti col crollo già in atto del turismo religioso cristiano, che è forse la voce principale del bilancio indigeno. Il papa dica a Pizzaballa di far fagotto e creare, con la sua assenza, un problema grosso come un macigno, perché i soldi dei cristiani (cattolici, protestanti, ortodossi, copti etc.) se ne andrebbero con lui. Per tornare solo in una situazione di consolidata e sperimentata tranquillità.
Rino Cammilleri, 3 novembre 2025
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