Mihajlovic, la vita è una deviazione

L’allenatore del Bologna ha rivelato in conferenza stampa di avere la leucemia e di doversi assentare per vincere la sua partita con la malattia

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Il tiro in porta dell’attaccante, da fuori area, è potente e preciso ma il portiere è ben piazzato e attende con sicurezza di ricevere la palla tra le braccia. Ma proprio sotto porta il pallone è inaspettatamente e involontariamente deviato dal tallone di un giocatore, quel tanto che basta per dare alla palla una traiettoria diversa che finisce in rete, alle spalle del portiere. L’estremo difensore, come lo chiama Saba, è colto di sorpresa e nulla può, non si dispera nemmeno, è come stranito, sospeso. L’attaccante esulta, il suo tiro era perfetto ma se non fosse stato reso imperfetto, “sporco”, insomma deviato, la palla non sarebbe finita in gol. È la deviazione. Può cambiare il risultato di una partita, il senso di una vita.

È quel che è accaduto a Sinisa Mihajlovic: la vita ha deviato uno dei suoi potenti tiri ma il pallone invece di finire in rete nella porta avversaria è uscito al lato, sul fondo, là dove il campo finisce e il Gioco è già sconfinato nella vita. Il giocatore della Stella Rossa di Belgrado – e in Italia della Roma, della Sampdoria, della Lazio, dell’Inter e ora allenatore del Bologna – ha rivelato in conferenza stampa di avere la leucemia e di doversi assentare per qualche tempo per vincere la sfida della malattia: “Io non gioco mai per non perdere, altrimenti perdo: così nel calcio, così nella vita”. Che altro fare? Già la possibilità di poter reagire accettando la sfida che la deviazione della vita impone è da considerarsi, se la parola non suonasse ingiusta, una fortuna. In altri casi la deviazione per rapidità ed esecuzione, può essere implacabile.

Qual era la specialità di Sinisa Mihajlovic sul campo da gioco? Era un giocatore passionale e di classe che con il tempo riuscì a ricoprire più ruoli, fino a giocare anche al centro della difesa nella funzione che un tempo – per esempio al tempo di Ruud Kroll nel Napoli – si sarebbe detta di “registra arretrato”: il giocatore che impostava l’azione, il calciatore dal cui piede passava sempre l’avvio del gioco (forse, il caso più l’esempio più calzante è quello di Franco Baresi nel Milan di Arrigo Sacchi). Con il trascorrere del tempo, che è parte costitutiva dei giocatori che fanno Gioco e sono fatti dal Gioco, il calciatore perde vigore ma acquista esperienza e può ricoprire ruoli che nel rigoglio delle forze neanche pensava di interpretare.

Tuttavia, la specialità di Sinisa era un’altra: il calcio piazzato. Fin dal tempo della Stella Rossa il tiro su punizione di Sinisa era qualcosa da studiare e, infatti, all’università di Belgrado le sue esecuzioni, che avevano la particolarità della potenza e della precisione, divennero oggetto di studio e si arrivò a calcolare che un suo calcio piazzato raggiungeva anche i 160 km/h. È difficile calciare una punizione che abbia in sé le due qualità: la potenza e la precisione. Di solito, una buona punizione è precisa ma proprio perché è precisa non può essere anche potente. Si pensi alla classica “foglia morta” di Mariolino Corso: era un tiro mancino – il più mancino dei tiri, come amava ricordare Edmondo Berselli – perché saliva, superava la barriera e poi scendeva improvvisamente con un movimento strano, da foglia morta appunto.

Non era questo il calcio piazzato di Sinisa che, invece, voleva che la sua punizione fosse forte e, appunto, piazzata, una sorta di proiettile che pur disegna una parabola. Ore e ore di allenamento ci vollero a Sinisa per perfezionare la sua specialità, mettendo in allenamento le barriere più alte e soprattutto più vicine. Riduceva la distanza per obbligarsi a superare le barriere più difficili. Un programma di vita. Ma l’allenamento – soprattutto l’allenamento fatto sul talento – dà i suoi frutti: Sinisa arrivò a segnare in Italia tre gol su punizione in una sola partita. In quei calci piazzati c’è la vita di Mihajlovic – il Sergente, come è chiamato l’allenatore per il suo carattere rude ma al contempo vero – e proprio quella vita ha subito la deviazione.

La nostra vita è sempre deviata. Ciò che è accaduto a Mihajlovic non è l’eccezione. È la regola. Anche Gianluca Vialli era impegnato nella sua vita prima di subire la deviazione. Propriamente la vita è ciò che ci accade mentre siamo intenti a pensare o a fare altro. Le cose cambiano e non puoi fare altro, se già ti tocca un po’ di fortuna, che rispondere alla deviazione, prima che la palla entri in rete, prima che esca definitivamente dal campo di gioco. Noi siamo fiumi e se curiamo gli argini, come amava ricordare ser Niccolò, è già una fortuna che l’acqua scorra nel suo letto.

Michel Houellebecq nel suo miglior romanzo, Le particelle elementari, si sofferma proprio sulla deviazione. La vita va avanti e tira dritto secondo il suo ritmo e tu sei lì che ami, lavori, studi, giochi, progetti e, insomma, vivi. Ma ecco che subentra un fatto non previsto che può essere qualunque cosa, che può riguardare te o chi vive con te ed è la tua stessa vita, talmente la stessa che l’imprevisto tocca entrambi o tutti. È la deviazione. La vita da quel momento in poi muta, cambia direzione. Non è più la stessa e se vuoi continuare a vivere dando un senso alle cose non puoi fare altro che considerare l’elemento deviato, le particelle elementari che ti impongono di capire cosa è accaduto e, se ci riesci, accettarlo.

In una partita di calcio, ben preparata, attesa, studiata, finalmente arrivata, una deviazione può cambiare tutto e rimettere per davvero tutto nuovamente in gioco. La deviazione non è una casualità o un accidente del Gioco: è il Gioco. Così è anche per la vita: la vita è una deviazione. Il valore delle nostre esistenze, per quanto insignificanti, è dato dalle risposte che diamo alle deviazioni, grandi o piccole, che ci investono o ci interpellano. Perché la vita, come il gioco del calcio, ha un suo carattere dialettico in cui il vento contrario è, per paradossale che possa sembrare, proprio ciò che ci sostiene.

Le parole di Sinisa, che rivelano ancora il carattere del Sergente o, con maggior verità, del giocatore sono il riassunto del Gioco nel quale siamo immersi e per rispondere alle sue giocate non possiamo fare altro che controllare la palla e abbandonarla per rimetterla in gioco. Il controllo e l’abbandono sono le forme della vita, sono lo stesso Concetto, il dio che ci vive. Il Gioco è la vita, è la storia, di cui non siamo i padroni ma i giocatori e l’unico modo per essere liberi è imparare a giocare senza cadere nella tentazione demoniaca di essere il migliore in campo e di possedere il senso della partita, perché basta una piccola deviazione e la partita cambia senso.

Giancristiano Desiderio, 14 luglio 2019

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