E’ uscita la nuova puntata di “Frontale”, newsletter di Fabio Massa con riflessioni (su Milano e non solo), inside e racconti di quello che accade in città. Ci si può iscrivere qui: https://frontale.substack.com
Dalla Mondadori a Einaudi, fino al rilancio di Baldini&Castoldi e agli anni dei bestseller in serie con Tamaro, Brizzi e Faletti. Poi la crisi della casa editrice, il fallimento e l’accusa di bancarotta fraudolenta. Una vicenda giudiziaria conclusasi dopo undici anni con l’assoluzione “perché il fatto non sussiste”. L’avventura nell’editoria e tra le aule dei tribunali di Alessandro Dalai è un ottovolante di svolte improvvise, colpi di scena (e qualche colpo basso). Da qui nasce “Io ti uccido”, il memoir nel quale Dalai ha deciso di ricostruire la sua storia attraverso documenti e atti giudiziari. Il grande paradosso? L’uomo che per decenni ha pubblicato successi da milioni di copie, oggi non ha trovato un editore disposto a distribuire il suo libro. E allora si è dovuto affidare al self-publishing con Amazon. Come l’ultimo degli esordienti.
Dalla Mondadori ai bestseller di Baldini&Castoldi
Oltre che capitale morale e finanziaria, Milano è stata a lungo anche una delle capitali dell’editoria italiana. È qui che Alessandro Dalai ha attraversato da protagonista una lunga stagione dell’industria libraria: nipote di Oreste Del Buono, nel 1968 entra in Mondadori come il vicedirettore del settore libri, in piena battaglia di Segrate. Tre anni dopo diventa amministratore delegato di Einaudi e nel 1991 prende parte al rilancio di Baldini&Castoldi, marchio allora sostanzialmente inattivo.
Arrivano prima i libri di Gino e Michele, poi alcuni dei maggiori successi editoriali degli anni Novanta. “Sono quello che ha pagato l’anticipo più alto alla Tamaro ed ero l’unico che non l’aveva rifiutata nei libri precedenti“, ricorda Dalai parlando di “Va’ dove ti porta il cuore”. Poco dopo arriva “Jack Frusciante è uscito dal gruppo” di Enrico Brizzi: “Abbiamo venduto un milione e mezzo di copie nel mondo”. Ma il titolo destinato a segnare più di ogni altro la storia della casa editrice è “Io uccido” di Giorgio Faletti. Il romanzo diventa con sorpresa di tutti un successo internazionale, con milioni di copie vendute e traduzioni in decine di lingue. Faletti diventa l’autore di punta della casa editrice. Ed è proprio attorno al rapporto con lo scrittore che, nella ricostruzione di Dalai, comincia la fase che porterà prima alla crisi dell’azienda e poi a una lunga vicenda giudiziaria. Alla fine del 2012 la casa editrice attende un nuovo libro di Faletti, previsto per l’anno successivo e per il quale, racconta Dalai, era già stato versato un anticipo di 320mila euro.
La crisi della casa editrice e il fallimento
Poche settimane dopo, però, lo scrittore firma un nuovo accordo con Mondadori. Secondo la ricostruzione di Dalai, da quel momento si apre una fase di forte tensione economica e contrattuale. Faletti consegna infine alla Baldini&Castoldi un nuovo manoscritto, ma l’editore non considera la consegna sufficiente a soddisfare gli accordi esistenti. Partono così contenziosi legali.
Contemporaneamente si apre un altro fronte, quello della distribuzione e del magazzino dei libri. È un passaggio centrale non soltanto nella ricostruzione della crisi societaria, ma anche nella successiva vicenda giudiziaria. “Ci chiusero i magazzini dove c’erano dentro cinquanta milioni di euro in libri“, sostiene Dalai, che racconta di avere tentato la strada del concordato preventivo. Nel 2014 arriva infine il fallimento della casa editrice. Per Dalai, però, la vicenda non si chiude con il fallimento. “Da lì io non so più nulla sino al 2021”, racconta. Quell’anno arriva il rinvio a giudizio con l’accusa di bancarotta fraudolenta. Il processo dura circa due anni e si conclude con l’assoluzione dell’editore perché “il fatto non sussiste”.
Undici anni dopo, l’assoluzione per bancarotta
È qui che il racconto dell’ex editore cambia prospettiva. Dalai sostiene che proprio durante il procedimento siano emersi elementi sulla consistenza e sul valore del magazzino librario della società, liquidato dopo il fallimento. “Negli atti c’è scritto che quei libri valevano un sacco di soldi”, afferma, richiamando i dati sulle vendite che sarebbero proseguite negli anni successivi. Uno dei punti sui quali Dalai insiste maggiormente riguarda proprio la valutazione dello stock: circa tre milioni di libri, tra i quali un numero molto consistente di copie delle opere di Faletti. Secondo la sua ricostruzione, il valore attribuito al magazzino in sede di liquidazione sarebbe stato molto inferiore rispetto alla capacità commerciale successivamente dimostrata da quei titoli. È uno degli elementi sui quali l’editore continua a chiedere chiarimenti, distinguendo però questa contestazione dall’esito del procedimento penale che lo riguardava direttamente e che si è concluso con la sua assoluzione.
Dalai riassume così il risultato della vicenda: dopo anni di indagini e processo, le contestazioni nei suoi confronti non hanno retto al giudizio del Tribunale. È proprio da quell’esperienza che nasce il memoir “Io ti uccido”. “Nel libro ci sono tutti gli atti. C’è il contratto, ci sono tutti i documenti, i bilanci”, spiega. Dopo l’assoluzione, Dalai ha inoltre promosso un’iniziativa giudiziaria legata agli eventi che, a suo giudizio, avrebbero contribuito al dissesto della società. La denuncia è stata successivamente archiviata. Anche su questo fronte l’editore contesta la ricostruzione adottata. Il dato giudiziario acquisito resta invece quello relativo al procedimento a suo carico: il processo per bancarotta si è concluso con l’assoluzione perché il fatto non sussiste.
Il problema della distribuzione nell’editoria italiana
Al di là della battaglia personale, Dalai considera la propria storia anche un caso attraverso il quale leggere il funzionamento dell’editoria italiana. “Il vero collo di bottiglia nell’editoria italiana non è tanto avere un libro che venda, ma avere qualcuno che te lo distribuisca nelle librerie e nei punti vendita”, sostiene. È questo, secondo l’ex editore, uno degli aspetti centrali del mercato: la forte concentrazione della distribuzione e la difficoltà, soprattutto per una casa editrice indipendente, di raggiungere in maniera efficace librerie e punti vendita.
Dalai richiama la presenza di due grandi poli distributivi (Messaggerie e Mondadori) e ricorda anche un progetto avanzato quando collaborava con il ministero dei Beni culturali: utilizzare Poste Italiane come possibile terzo canale di distribuzione, per aumentare le possibilità di accesso al mercato degli editori più piccoli. “Un editore che vuole incominciare a fare l’editore”, sintetizza Dalai, deve prima di tutto risolvere il problema di come portare materialmente i propri libri sugli scaffali. La questione, nella sua lettura, va dunque oltre Baldini&Castoldi e il suo fallimento.
C’è infine un paradosso che chiude il cerchio. L’uomo di tanti bestseller racconta di avere incontrato difficoltà a trovare un editore per il libro nel quale ricostruisce la propria vicenda. Alla fine ha scelto il self-publishing attraverso Amazon. Oggi, sostiene, scrivere e perfino pubblicare un libro può essere relativamente semplice. Il problema decisivo resta riuscire a farlo arrivare ai lettori. Ed è su questo terreno che la sua vicenda personale, iniziata ai vertici della grande editoria e passata attraverso il fallimento e un processo concluso con l’assoluzione, finisce per intrecciarsi con una questione più ampia: chi controlla davvero l’accesso al mercato del libro italiano?
Nicolaporro.it è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati (gratis).



