Milano Quotidiano

Dopo gli scontri di Milano: quella sottile linea rossa di Youssef

Dal fermo di Youssef Siher al ruolo delle piazze e alla galassia dei Giovani Democratici: il caso riapre il tema della radicalizzazione politica della protesta a Milano

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Riepiloghiamo
quello che sappiamo fino ad oggi. Le forze di polizia hanno fermato un certo Youssef Siher. E’ un tizio che ha creato una pagina sui social e un canale Telegram il 18 ottobre. Cioè, a scontri finiti. Quindi no, non è la mente dietro gli assalti ai negozi del 17 ottobre. Ma il problema è un altro. E’ che Youssef avrebbe voluto incanalare quella rivolta per scopi politici. Io non so se questa volontà l’ha condotto a commettere reati, né mi interessa: sono un garantista, e lo sono anche con uno come Youssef dal quale la mia distanza è SIDERALE. Saranno i giudici a dire se il suo fermo è giusto o sbagliato, se ci sono i presupposti per una indagine, e poi un processo.

Però posso, e anzi devo, pormi qualche domanda. E’ il primo, il signor Siher, a cercare di usare le piazze per incanalare la protesta per fini politici? Assolutamente no. La strategia delle proteste è vecchia come la storia dell’uomo, e c’è sempre qualcuno che prova ad approfittarsene, anche con successo.

Ma facciamo un passo indietro. Youssef è nato in Italia, è un italiano di seconda generazione. I suoi vicini lo descrivono come un tipo tranquillo, studioso. In effetti studia. Studia con un alloggio in uno studentato pubblico, di quelli pagati da tutti noi. Con lui ci sarebbe anche il fratello Mohammed. Poi li buttano fuori entrambi. Avrebbero organizzato una festa mentre non si sarebbe potuto, in tempi di restrizioni Covid. Il Senato Accademico apre una inchiesta. Sarebbe interessante sapere che cosa c’è scritto, in quelle audizioni. Se ci siano chat interessanti, in quelle audizioni. Germi di quel che verrà dopo.

Dopo arriva una radicalizzazione di idee, con il 7 ottobre 2023 e la successiva guerra in Palestina. Non lo chiamerò genocidio, ma solo perché amo la semantica. Lo chiamerò massacro: una cosa da rabbrividire, che scuote anche la mia coscienza. Va in corteo, Youssef, settimana dopo settimana. Il punto non è quello che scrive in quella chat Telegram, ma a chi si accompagna. Qual è il substrato culturale nel quale viene partorito il progetto politico di usare le piazze per produrre la caduta di un governo democraticamente eletto.

Ho scritto di Alessandro Corti. Chi è? E’ una figura pubblica, Corti. E’ ricercatore universitario e consigliere di municipio del Partito Democratico. Al Corriere Corti dice che Youssef era un moderato, che la lista per la quale si era candidato Senato accademico era vicina a Forza Italia. E che no, non era affatto un estremista. Lui l’aveva conosciuto bene. Ma Corti è lo stesso che ha detto, in un video appassionato sui social, che Youssef è un prigioniero politico. Si chiede di che cosa venga accusato “Di una piazza che alla fine non si neanche concretizzata? E da quando chiamare una piazza è reato?”. Uno potrebbe tranquillamente obiettare che se c’è qualcuno che vuole “reclutare” e organizzare l’orda vandalica che ha devastato Milano per motivi politici, forse un minimo di indagine la si potrebbe anche fare. Ma con Corti queste sottigliezze non servono: all’indomani del 7 ottobre, giorno del massacro, del pogrom degli ebrei, Corti ha sostenuto che fosse un atto di resistenza. A dieci giorni dall’attacco terroristico diceva che i governi di Israele erano “regimi dittatoriali, fascisti, razzisti e nazisti”. Poi si è scusato.

Ma per poco.

Nel 2024, a gennaio, prova a organizzare un convegno sull’apartheid in Palestina: il Pd non autorizza l’uso di un suo circolo. Anche perché tra gli ospiti c’è Alae Al Said, una scrittrice che il 7 ottobre pubblicò una card: “Oggi scrivo il capitolo più bello di tutti, quello della rinascita palestinese”. Solo un anno fa sosteneva in consiglio di municipio: “Delle 1200 vittime israeliane molte sono state uccise dal fuoco israeliano”. Non è un segreto che Alessandro Corti sia uno dei supporter più forti del candidato sindaco di Milano Lorenzo Pacini, in quella “cantera” che sono un pezzo dei Giovani Democratici. E l’altro pezzo? Stanno con Paolo Romano. Paolo Romano è lo stesso della Flotilla: sulle posizioni proPal i due sono praticamente uguali, anche se non si stimano affatto.

Che cosa c’entrano Corti, Romano e Pacini con Youssef? Niente, beninteso. Non sono certo degli eversivi. Ma quando attecchisce l’idea, all’interno di un contesto culturale ben definito, di usare la rabbia o la violenza o semplicemente la voglia di spaccare tutto di una parte delle seconde generazioni per fini politici, allora qualche domanda – al di là dell’inchiesta – dobbiamo farcela. Così come dobbiamo farci una domanda su quello che sta avvenendo con i Giovani Democratici. Cioè su dove sta andando la più grande organizzazione giovanile della politica italiana. Perché se la protesta degli studenti è per avere scuole dignitose, strutture non fatiscenti nelle quali peraltro tutti noi abbiamo studiato, io sono pronto a scendere in strada con loro. Ma se insieme c’è una protesta sul “caro vita” (ma che caro vita? Quello lo pagano mamma e papà, e pure i negozianti a cui hanno spaccato tutto: dovrebbero sfilare loro!), e poi una protesta contro il governo, e poi i pro Pal, allora quella piazza diventa un agglomerato di elementi diversi. E se poi ci mettiamo i ragazzi che arrivano da fuori, dalle case popolari di periferia, quegli elementi diventi esplosivi. Dunque la domanda rimane: dove vanno i GD?

Alla destra dei ceffoni in San Babila non dico niente. Certa roba a me non fa ridere e non fa piangere. Mi fa solo incazzare vedere certe bestialità, di livello talmente basso che non meritano neppure l’uso di un neurone per un minuto.

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