Si dice che bisogna essere garantisti soprattutto con chi ci sta antipatico. Altrimenti non si è garantisti, ma opportunisti. Così, sul fermo di Youssef Siher, io non faccio il Torquemada: giudicheranno i giudici. Garantismo anche per lui. E’ invece il caso di soffermarsi su quelle che sono le idee di questo Youssef, ma ancor di più a chi si accompagnava. E nel farlo partirei dal Corriere della Sera, che ha intervistato una figura interessante: quella di Alessandro Corti. E’ una figura pubblica, Corti. E’ ricercatore universitario e consigliere di municipio del Partito Democratico. Al Corriere Corti dice che Youssef era un moderato, che la lista per la quale si era candidato Senato accademico era vicina a Forza Italia. E che no, non era affatto un estremista. Lui l’aveva conosciuto bene. Ma lui chi? Chi è Alessandro Corti? E’ lo stesso che una manciata di ore fa ha detto, in un video appassionato sui social, che Youssef è un prigioniero politico. Si chiede di che cosa venga accusato “Di una piazza che alla fine non si neanche concretizzata? E da quando chiamare una piazza è reato?”. Uno potrebbe tranquillamente obiettare che se c’è qualcuno che vuole “reclutare” e organizzare l’orda vandalica che ha devastato Milano per motivi politici, forse un minimo di indagine la si potrebbe anche fare. Ma con Corti queste sottigliezze non servono: all’indomani del 7 ottobre, giorno del massacro, del pogrom degli ebrei, Corti ha sostenuto che fosse un atto di resistenza. A dieci giorni dall’attacco terroristico diceva che i governi di Israele erano “regimi dittatoriali, fascisti, razzisti e nazisti”. Poi si è scusato. Ma per poco. Nel 2024, alla 57esima sfilata proPal ci sono cori anti Israele, bandiere palestinesi e soprattutto foto di Sinwar in bella mostra, e soprattutto applausi per i “giovani di Amsterdam”. Ce li siamo scordati? Erano quelli che inseguirono i tifosi israeliani, prendendoli a sputi e sassate. E Sinwar? L’ex capo di Hamas nella Striscia di Gaza, la mente dietro il 7 ottobre. In corteo – dicono le cronache dell’epoca ma lui ha smentito recisamente – ci sarebbe stato anche lui. Accogliamo la smentita. Sempre nel 2024, a gennaio, prova a organizzare un convegno sull’apartheid in Palestina: il Pd non autorizza l’uso di un suo circolo. Anche perché tra gli ospiti c’è Alae Al Said, una scrittrice che il 7 ottobre pubblicò una card: “Oggi scrivo il capitolo più bello di tutti, quello della rinascita palestinese”. Solo un anno fa sosteneva in consiglio di municipio: “Delle 1200 vittime israeliane molte sono state uccise dal fuoco israeliano”.
Corti, Pacini e Romano: due anime del PD milanese e delle proteste
Non è un segreto che Alessandro Corti sia uno dei supporter più forti del candidato sindaco di Milano Lorenzo Pacini, in quella “cantera” che sono un pezzo dei Giovani Democratici. E l’altro pezzo? Stanno con Paolo Romano. Paolo Romano è lo stesso della Flotilla: sulle posizioni proPal i due sono praticamente uguali, anche se non si stimano affatto. Che cosa c’entrano Corti, Romano e Pacini con Youssef? Niente, beninteso. Non sono certo degli eversivi. Ma quando attecchisce l’idea, all’interno di un contesto culturale ben definito, di usare la rabbia o la violenza o semplicemente la voglia di spaccare tutto di una parte delle seconde generazioni per fini politici, allora qualche domanda – al di là dell’inchiesta – dobbiamo farcela.
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