Domenica scorsa, dal palco del congresso che lo ha riconfermato alla guida della Lega, Matteo Salvini ha lanciato la “bomba” destinata a far tremare i palazzi della politica romana: un secco stop all’invio di armi e finanziamenti a Kiev. Una mossa d’impatto che ha immediatamente irritato la premier Giorgia Meloni, costretta a gestire l’ennesima faglia geopolitica interna, e che ha trovato il muro invalicabile degli alleati. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha subito gelato i progressi del Carroccio confermando l’arrivo di un nuovo pacchetto militare per l’Ucraina, mentre dal Ministero della Difesa, guidato da Guido Crosetto in quota Fratelli d’Italia, è arrivato il chiaro segnale che la linea di Roma non cambia.
Eppure, nei corridoi della politica, nessuno crede che quella di Salvini sia una scelta puramente ideologica o un disallineamento definitivo sull’atlantismo. La strategia del leader leghista risponde a una logica molto più pragmatica: alzare al massimo i toni sul dossier ucraino, mettendo alle strette gli alleati su un tema chiave del dibattito pubblico, per poi monetizzare il passo indietro su un tavolo locale ma dal valore politico immenso. Il vero obiettivo di via Bellerio si chiama Milano, con le elezioni comunali della primavera 2027 ormai nel mirino del centrodestra.
Il gioco d’incastri è già iniziato. Forza Italia spinge con forza la candidatura a sindaco di Matteo Perego di Cremnago, attuale sottosegretario alla Difesa, profilo istituzionale ed europeo. Ma la Lega ha un’altra carta da giocare, e i sondaggi interni sembrano darle ampiamente ragione: Silvia Sardone. L’eurodeputata del Carroccio sta capitalizzando un consenso travolgente, spinta soprattutto dai recenti e drammatici fatti di cronaca e violenza che hanno riacceso i riflettori sulla sicurezza all’ombra del Duomo. Il profilo identitario e battagliero di Sardone, focalizzato sul degrado urbano e sul controllo del territorio, la rende agli occhi di molti analisti decisamente più competitiva e spendibile rispetto alla candidatura più felpata di Perego.
Come si risolve, dunque, lo stallo che rischia di logorare il governo? La via d’uscita è il classico e collaudato compromesso all’italiana, un accordo politico complessivo capace di salvare la faccia a tutti i protagonisti. Salvini accetterà di ammorbidire la propria intransigenza sul dossier ucraino, arretrando rispetto al “diktat” lanciato al congresso. La formula magica per la mediazione è quella già utilizzata in passato: sì al proseguimento del sostegno militare a Kiev, ma con il vincolo tassativo che si tratti di armi esclusivamente difensive, destinate alla protezione dello spazio aereo e del territorio ucraino, e categoricamente non offensive, vietando qualsiasi utilizzo per colpire all’interno del territorio russo.
Questo paracadute diplomatico permetterebbe a Fratelli d’Italia e Forza Italia di mantenere intatta la credibilità internazionale del Paese e gli impegni presi in sede NATO ed europea. In cambio di questa decisiva e ordinata ritirata sul fronte internazionale, Salvini incasserebbe il via libera politico e l’appoggio compatto di tutto il centrodestra alla candidatura di Silvia Sardone a Milano. Un “baratto” di altissimo livello che risolverebbe la grana ucraina a Roma e blinderebbe la coalizione a Milano, trasformando le tensioni geopolitiche della domenica nell’ennesimo capitolo di una complessa, ma efficacissima, spartizione territoriale interna alla maggioranza.
Nicolaporro.it è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati (gratis).
