Siamo abituati a giudicare i sindaci per ciò che promettono, per le decisioni che assumono, per le opere che inaugurano e, sempre più spesso, per la loro capacità di comunicare. Molto meno ci interroghiamo su ciò che rende effettivamente possibile il governo di una città. Su quella macchina amministrativa composta da dirigenti, funzionari, impiegati, norme, procedure e responsabilità, senza la quale anche il programma politico più ambizioso rischia di rimanere soltanto un elenco di buone intenzioni.
È questo uno degli aspetti più interessanti de “Il mestiere del sindaco. Tutto quello che gli atti non dicono: manuale di sopravvivenza per amministratori locali“, il volume di Giancarlo Volpe, pubblicato da Rubbettino con la prefazione di Mauro Guerra, presidente di Anci Lombardia. Volpe è un dirigente pubblico con venticinque anni di esperienza negli enti locali. Ha lavorato accanto a numerosi sindaci, di orientamenti politici diversi, osservando dall’interno il funzionamento delle amministrazioni. Ed è proprio questo punto di vista, meno consueto rispetto a quello dei protagonisti politici, a rendere il libro interessante anche per chi non ha alcuna intenzione di candidarsi.
Quando la politica incontra la realtà
Il primo insegnamento è piuttosto semplice: governare non significa soltanto avere buone idee. Significa soprattutto riuscire a realizzarle. Il sindaco appena eletto arriva spesso in municipio carico di entusiasmo, persuaso di poter imprimere rapidamente una svolta alla città. Poi scopre che le risorse sono limitate, le procedure complesse, gli equilibri politici delicati e le competenze distribuite tra soggetti differenti. E che persino una decisione apparentemente banale può richiedere settimane di lavoro, verifiche e passaggi amministrativi. Volpe racconta questa scoperta senza nascondere una certa ironia. Ma il punto è serio: la politica ha bisogno della burocrazia, tanto quanto la burocrazia ha bisogno di una direzione politica.
Ma il buon dirigente non è quello che si limita a dire di no. E’ colui o colei che sa individuare, all’interno delle regole, soluzioni legittime per realizzare gli obiettivi dell’amministrazione. E il buon sindaco è quello che sa riconoscerne il valore. Non a caso, uno dei consigli più netti dell’autore riguarda la scelta dei collaboratori: meglio persone capaci che semplicemente fedeli. Una raccomandazione elementare, verrebbe da dire, e proprio per questo non sempre osservata.
I rischi del potere e la paura di decidere
Questa relazione tra politica e amministrazione diventa ancora più delicata quando entrano in gioco responsabilità giudiziarie, interessi economici e decisioni destinate a incidere profondamente sulla città. Volpe dedica un passaggio significativo alle inchieste sull’urbanistica milanese, utilizzandole come punto di partenza per discutere il fenomeno della regulatory capture, la cattura del regolatore: il rischio che chi dovrebbe decidere nell’interesse pubblico finisca per essere condizionato dagli interessi privati con cui si confronta.
L’autore pone una domanda fondamentale: con chi deve parlare un sindaco? Con gli imprenditori, con i lavoratori, con le associazioni, con i cittadini? La sua risposta è che deve parlare con tutti. Il problema non è il confronto con i portatori di interesse, necessario per conoscere e governare la città, ma la capacità di mantenere indipendenza di giudizio e distinguere l’interesse generale da quello particolare. Il tema si intreccia con un’altra questione decisiva per le amministrazioni: il timore delle conseguenze giudiziarie e contabili delle proprie decisioni. Volpe descrive il clima che può crearsi negli uffici quando interviene la Corte dei conti, con attività rallentate, funzionari prudentissimi e scelte rinviate.
Ne emerge un equilibrio difficile: da un lato la necessità di garantire legalità, trasparenza e controlli, dall’altro quella di non trasformare la prudenza in immobilismo. Un problema che non riguarda soltanto Milano, ma la capacità di governo delle amministrazioni pubbliche in generale.
Dalla pandemia all’intelligenza artificiale
Un altro merito del libro è quello di non fermarsi alla rappresentazione tradizionale del sindaco. Il ruolo è cambiato profondamente, e Volpe lo dimostra raccontando alcune delle sfide più recenti. La pandemia, per esempio, ha costretto gli amministratori a prendere decisioni in condizioni di assoluta incertezza, organizzando servizi e assistenza ai cittadini, spesso senza precedenti ai quali fare riferimento. È in quelle circostanze che il volto dello Stato ha coinciso, più che mai, con quello delle istituzioni locali.
Oggi altre sfide riguardano la comunicazione e l’intelligenza artificiale. L’autore racconta di assessori che, armati di chatbot, sottopongono ai dirigenti provvedimenti già preparati, salvo scoprire che contengono riferimenti normativi sbagliati o superati. Un aneddoto che fa sorridere, ma che apre una riflessione importante: la tecnologia può rendere più efficiente l’amministrazione, non sostituire automaticamente la competenza e la responsabilità umana.
La gentilezza come virtù di governo
E c’è un’altra originale riflessione contenuta nel volume, che non riguarda né il diritto amministrativo né le nuove tecnologie. Riguarda il carattere delle persone. Volpe insiste ripetutamente sull’importanza della gentilezza, della capacità di ascolto, del rispetto per i dipendenti e per i cittadini. Non come qualità accessorie, utili a migliorare l’immagine del sindaco, ma come caratteristiche essenziali di una buona leadership. Un’amministrazione funziona quando chi la guida sa costruire rapporti di fiducia, riconoscere le competenze, assumersi le responsabilità e distinguere il potere personale dal servizio pubblico. È una concezione della politica poco spettacolare, lontana dalla retorica dell’uomo solo al comando, ma probabilmente più aderente alla complessità delle nostre città.
Il volume alterna capitoli operativi, riflessioni istituzionali e numerosi episodi raccontati con un linguaggio diretto, spesso ironico. E in qualche passaggio il carattere di manuale prevale su quello di racconto. Ma è proprio questa combinazione di esperienza concreta e sensibilità civile a costituirne l’identità. Il messaggio conclusivo è anche il più semplice: governare bene significa migliorare, almeno un po’, la vita dei cittadini. Può sembrare un obiettivo modesto rispetto alle grandi promesse della politica. In realtà, è già un’impresa considerevole.
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