A mezzogiorno di domenica 25 ottobre, la coda su via Francesco Sforza girava già attorno all’isolato. Ma niente cartelle cliniche in mano o appuntamenti da rispettare: soltanto il desiderio di scoprire che cosa fosse spuntato dietro quei cantieri lungamente osservati da fuori. Alla fine della giornata i tornelli hanno contato quasi duemila presenze all’Open day del nuovo Padiglione Sforza del Policlinico di Milano, una cifra che ha sorpreso gli stessi organizzatori dell’evento. Tra i primi a presentarsi c’erano medici di reparto con i figli per mano, future mamme con il pancione e anziani del quartiere che quel cantiere lo hanno osservato giorno dopo giorno dal 2019.
Dentro il padiglione: gli spazi che cambiano l’idea di cura
In mezzo ai visitatori si muoveva un Marco Giachetti inequivocabilmente emozionato. Il presidente del Policlinico faticava a trattenere l’entusiasmo parlando con chiunque lo fermasse lungo i corridoi ancora immacolati: vent’anni trascorsi tra stop burocratici, bonifiche e il blocco del Covid sembravano evaporati in poche ore. Salito sul palco per i saluti, Giachetti si è lasciato andare a una battuta liberatoria che sintetizza la fatica di questi anni di lavori: “Sono orgoglioso, contento e un po’ tramortito da tutta questa giornata”.
Poco più in là, Stefano Boeri guidava piccoli gruppi, indicando insieme a Giovanni La Varra e Gianandrea Barreca il modo in cui la luce taglia i corridoi e le finestre ribassate delle stanze, studiate affinché chiunque sia costretto a letto possa continuare a vedere il cielo e i tetti della città invece di un soffitto bianco. Nel suo intervento durante il momento istituzionale alla fine della giornata di Open day, Boeri ha toccato una corda identitaria: “È la donazione, la generosità delle famiglie, delle associazioni e delle fondazioni milanesi che permette questa cosa. È il DNA di questa città meravigliosa: una città generosa e inclusiva, capace di fare per il pubblico il meglio”. Lo stupore maggiore è arrivato davanti alle tre Case del parto. Qui l’impatto è quello di piccoli appartamenti caldi, arredati con divani, vasche per il travaglio in acqua e zone giorno pensate per accogliere l’intera famiglia durante le nascite a basso rischio, con il personale sanitario pronto a intervenire al tocco di un pulsante. Pochi metri più in là, l’area materno-infantile e la Pediatria (circa 90 posti) cancellano l’idea di corsia ospedaliera grazie a pareti illustrate con razzi e foreste, oltre a camere singole attrezzate per non separare mai i genitori dai bambini.
La perla della struttura: l’oasi verde a venti metri d’altezza
Poi, tutti verso gli ascensori, a caccia della vera perla della struttura. “Dov’è il giardino sul tetto? Da dove si sale?” Per tutto il pomeriggio è stata questa la domanda più ripetuta dai visitatori, accorsi in massa proprio per scoprire la firma visiva del nuovo Policlinico. A venti metri da terra, sul tetto del corpo centrale, si apre una distesa verde di settemila metri quadrati, sospesa tra la sagoma severa del Palazzo di Giustizia e il profilo della Torre Velasca, che vale al Padiglione Sforza il titolo di giardino pensile terapeutico più grande al mondo. Disegnato con Land e Techint, il tetto alternerà camminamenti riabilitativi a consistenza variabile, aiuole di piante officinali, angoli per la pet therapy e panchine ombreggiate.
Sotto il parco pulsa una macchina sanitaria massiccia: oltre 67mila metri quadrati, 26 sale operatorie e più di 800 posti letto destinati ad alzare la ricettività del Policlinico tra il 35 e il 40 percento rispetto agli oltre 4.500 accessi attuali. A tirare le somme di questa trasformazione, prima del passaggio di consegne al direttore sanitario Nicola Orfeo, è stato il direttore generale Matteo Stocco: “La prospettiva di crescita e rilancio ha permesso a tutti noi di lavorare con uno spirito diverso. Questa struttura garantisce ai professionisti che arrivano da tutta Italia di crescere accanto ai loro maestri: non siamo il primo Irccs pubblico del Paese per caso, e oggi questo traguardo è sotto gli occhi della città”.
A rappresentare Palazzo Marino è intervenuta la vicesindaca Anna Scavuzzo, richiamando il legame storico tra i cittadini e la Ca’ Granda: “C’è una cosa che caratterizza i milanesi ed è la determinazione a fare il bene, bene. Chi dona qui mette mano al portafoglio e si rimbocca le maniche per investire in quello che è un bene di tutti”.
E infine, a chiudere la parte istituzionale è stato l’assessore regionale al Welfare Guido Bertolaso, che ha difeso con forza il valore del modello pubblico, togliendosi forse qualche sassolino dalle scarpe: “Chi sostiene che la sanità pubblica del nostro Paese sia fallimentare o in crisi, in qualche modo è servito anche da questa serata”. E snocciolando i costi dell’opera — 491 milioni totali, di cui 240 coperti da Regione Lombardia — Bertolaso ha rivolto un saluto speciale a una figura storica in sala: “Voglio ringraziare un giovane di 93 anni, Girolamo Sirchia, entrato come studente di medicina nel 1956. È grazie a persone come lui che la storia di questo ospedale è stata scritta e continuerà a esserlo”.
La tabella di marcia verso la piena operatività sembrerebbe ormai definita: tra Natale e l’inizio del 2027 si accenderanno Dialisi e Radiologia, per poi passare gradualmente ai reparti medici, alle chirurgie e completare il trasloco entro metà 2027. Senza mai fermare l’attività clinica neppure per un giorno, restituendo alla città un luogo dove l’eccellenza medica cammina di pari passo con la bellezza.
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