“Milano è una grande capitale della modernità europea. Città della cultura, dell’innovazione, della ricchezza e delle opportunità. Eppure, proprio nelle grandi metropoli emergono con particolare evidenza le contraddizioni delle nostre società: disuguaglianze crescenti, disagio giovanile, difficoltà economiche, sfiducia nelle istituzioni e una progressiva radicalizzazione del confronto pubblico. Sono fenomeni diversi, che non possono essere ricondotti a un’unica causa. Ma sollevano una domanda che non possiamo permetterci di ignorare: la nostra democrazia sta perdendo la capacità di riconoscere e affrontare i propri fattori di rischio? Da medico igienista, credo che il paragone con la sanità pubblica possa offrire una chiave di lettura particolarmente utile”. Lo afferma Fabrizio Pregliasco, direttore della Scuola di Specializzazione in Igiene e Medicina Preventiva dell’Università degli Studi di Milano, commentando – in un’intervista a Milano Quotidiano – gli episodi di violenza del weekend scorso a Milano.
“In medicina sappiamo che la febbre non è la malattia, ma il segnale di qualcosa che non funziona. Abbassare la temperatura senza ricercarne le cause può produrre un miglioramento apparente, lasciando intatto il problema. Anche nelle società democratiche esistono sintomi che meritano attenzione. La protesta, la rabbia, l’astensionismo, la sfiducia e la polarizzazione possono rappresentare manifestazioni di un malessere più profondo. La violenza, invece, costituisce una degenerazione che deve essere contrastata con fermezza, senza confonderla con il legittimo esercizio del dissenso. Una democrazia matura deve saper garantire contemporaneamente sicurezza, libertà e giustizia sociale. La prima malattia da considerare è la disuguaglianza. Quando il luogo in cui si nasce, il reddito familiare o il quartiere in cui si vive condizionano profondamente le possibilità di studiare, lavorare, abitare dignitosamente e curarsi, la promessa democratica di pari opportunità rischia di indebolirsi”.
“Non è soltanto una questione economica. È una questione di salute pubblica. Le disuguaglianze sociali si traducono in differenze di aspettativa di vita, salute mentale, accesso alla prevenzione e possibilità di ricevere cure tempestive. Una società che produce esclusione finisce per produrre anche malattia. La seconda patologia è la perdita di fiducia. Quando i cittadini percepiscono le istituzioni come distanti, incapaci di ascoltare o di risolvere problemi concreti, il rapporto tra rappresentanti e rappresentati si deteriora. Si crea uno spazio nel quale possono prosperare semplificazioni, disinformazione e contrapposizioni radicali. La terza è la polarizzazione. Il confronto democratico vive di opinioni differenti, ma si indebolisce quando l’avversario viene trasformato in un nemico e il dialogo diventa impossibile. È un fenomeno che conosciamo anche nella comunicazione sanitaria, dove la contrapposizione ideologica può arrivare a prevalere sulle evidenze scientifiche”.
“C’è poi una quarta malattia, forse la più insidiosa: l’indifferenza. L’abitudine alle disuguaglianze, alla marginalità e alla sofferenza degli altri rischia di renderci progressivamente incapaci di riconoscere il disagio collettivo. E una società che smette di interrogarsi sulle proprie fragilità perde anche la capacità di prevenirle. Nel 2025 il 12,5% dei lombardi risultava a rischio di povertà o esclusione sociale: circa un cittadino su otto. Ancora più significativo è l’aumento della grave deprivazione materiale e sociale, passata dall’1,8% del 2024 al 4,4% del 2025. È un segnale che non può essere ignorato: anche nelle aree economicamente più forti una parte della popolazione incontra difficoltà nel soddisfare bisogni essenziali. Il disagio coinvolge anche le nuove generazioni. In Lombardia, nel 2024, circa 150.000 giovani tra i 15 e i 29 anni non studiavano, non lavoravano e non partecipavano a percorsi formativi. Nella Città metropolitana di Milano la quota dei NEET raggiungeva il 10,6%, superiore alla media regionale del 10,1%. Un altro elemento critico riguarda l’accesso alla casa. Secondo l’Osservatorio Casa Abbordabile del Politecnico di Milano, nel 2024 i prezzi delle abitazioni sono aumentati dell’8,5% e gli affitti del 6,8%, mentre i salari medi crescevano soltanto del 4,2%. Una forbice che rende sempre più difficile abitare nella città in cui si lavora, soprattutto per giovani, famiglie e lavoratori con redditi medio-bassi. L’emarginazione assume anche forme estreme. Il 26 gennaio 2026 l’Istat ha rilevato nel Comune di Milano 1.641 persone senza dimora, delle quali 601 vivevano in strada o in sistemazioni di fortuna. Sono numeri che non possono essere considerati marginali. Non significano che Milano sia una città socialmente più fragile di altre: molti indicatori di benessere restano migliori della media nazionale. Dimostrano però che crescita economica e benessere collettivo non procedono necessariamente alla stessa velocità”.
“Ma attenzione: comprendere le ragioni del disagio non significa giustificare la violenza. Chi distrugge, aggredisce o mette a rischio l’incolumità delle persone deve rispondere delle proprie azioni. Allo stesso tempo, una risposta esclusivamente repressiva non può sostituire l’analisi delle condizioni sociali che favoriscono l’esplosione dei conflitti. La prevenzione, anche in questo caso, richiede interventi strutturali: istruzione, lavoro dignitoso, accesso alla casa, servizi sociali, tutela della salute mentale, contrasto alle disuguaglianze e partecipazione effettiva dei cittadini. Non esiste un farmaco miracoloso per le malattie della democrazia. Esistono però politiche capaci di rafforzarne le difese”.
“Milano, come Parigi, può diventare un osservatorio privilegiato delle tensioni che attraversano l’Europa contemporanea. Il problema non è soltanto capire come affrontare le manifestazioni più acute del disagio, ma chiedersi quale modello di società intendiamo costruire. Perché la democrazia non è semplicemente una procedura elettorale. È un sistema di convivenza che deve garantire diritti, responsabilità, opportunità e dignità. E la salute, come ricorda la stessa definizione dell’Organizzazione mondiale della sanità, non coincide con la sola assenza di malattia, ma riguarda il benessere fisico, mentale e sociale. Una società può essere economicamente ricca e socialmente malata. Può avere istituzioni formalmente solide e cittadini profondamente sfiduciati. Può garantire l’ordine pubblico senza riuscire a costruire coesione sociale. La vera sfida è evitare che queste contraddizioni diventino croniche. In sanità pubblica abbiamo imparato che prevenire significa intervenire prima che il danno si manifesti. Dovremmo applicare lo stesso principio alla vita democratica. Perché una democrazia non si ammala soltanto quando esplode la violenza. Si ammala molto prima, quando smette di ascoltare, quando tollera disuguaglianze evitabili e quando lascia che la paura sostituisca la fiducia. E, come accade per molte malattie, aspettare che i sintomi diventino gravi rende ogni cura più difficile, più costosa e meno efficace“, conclude Pregliasco.
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