Matteo Salvini è stato riconfermato ieri alla guida della Lega, ottenendo il quarto mandato consecutivo come segretario federale al termine del congresso straordinario tenutosi all’Allianz MiCo. Il voto a scrutinio segreto ha sciolto le riserve e ha sancito una vittoria netta, seppur non priva di significativi spunti di dibattito interno. Salvini ha incassato 465 voti dei delegati, pari al 76% delle preferenze, mentre lo sfidante Massimo Garavaglia, espressione dell’ala più pragmatica e marcatamente nordista, si è fermato a quota 146 voti (il 24%). Con questi numeri, il leader guiderà via Bellerio per i prossimi quattro anni, con un orizzonte fissato fino al 2030.
Al di là del dato numerico sulle schede, il congresso di ieri ha tracciato una profonda svolta strategica e ideale per il movimento. Il segnale politico più dirompente è arrivato dalla modifica dello storico contrassegno elettorale. Scompare la dicitura personalistica “Salvini premier” per fare spazio a un ritorno alle origini identitarie: sul simbolo campeggia ora la scritta “Italia federale” sotto il tradizionale Alberto da Giussano. Questa mutazione rappresenta un’importantissima apertura politica verso i governatori del Nord, a partire dall’ex Doge Luca Zaia, Massimiliano Fedriga, Attilio Fontana e il segretario della Liga Veneta e Governatore Alberto Stefani. Mettendo in soffitta il Partito-Persona, Salvini ristabilisce una forte connessione con la storia della Lega delle origini fondata da Umberto Bossi, rimettendo il federalismo al centro dell’agenda e blindando l’unità con i territori settentrionali.
L’altro asse fondamentale del nuovo corso salviniano riguarda la politica internazionale e le dinamiche di posizionamento nell’esecutivo. Dal palco del congresso, il rieletto segretario ha annunciato una linea di fortissima rottura: “Chiederò in Consiglio dei ministri di dire stop alle armi e stop ai finanziamenti all’Ucraina“. Si tratta di una mossa che non solo alza la tensione dentro la coalizione di governo, ma costituisce una chiara sponda politica nei confronti di Massimiliano Romeo. Il capogruppo al Senato, pur essendo stato spesso indicato come una delle voci più critiche verso la gestione del leader e in bilico nei futuri assetti dei vertici, ha trovato nei fatti una sponda totale. Romeo è stato infatti il più rigoroso e costante pacifista della prima ora all’interno del partito, contestando ripetutamente gli aiuti militari a Kiev e spingendo per la via diplomatica con la Russia.
Con questa doppia operazione – identitaria al Nord e pacifista in politica estera – la Lega archivia la stagione dei congressi e si presenta profondamente rinnovata nella struttura e nella proposta elettorale. La nuova segreteria e la nuova squadra nascono con l’obiettivo dichiarato di marciare uniti e compatti per rilanciare l’azione del partito. L’asticella politica è già fissata: puntare con decisione al 10% dei consensi a livello nazionale, andando a erodere i voti sul versante più radicale presidiato da Roberto Vannacci, ma anche recuperando terreno in modo netto rispetto agli alleati di coalizione, Fratelli d’Italia e Forza Italia. La Lega esce da Milano fortemente rafforzata, dotata di una nuova identità grafica e programmatica capace di fare sintesi tra le spinte autonomiste interne e le sfide di governo a Roma.
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