Su Milano Quotidiano le recensioni e le cronache di Francesco Bogliari, giornalista, appassionato melomane e autore di “Piccole cronache musicali”. Uno sguardo libero, ironico e spesso controcorrente agli eventi musicali. Dalla lirica alla sinfonica, senza accademismi né reverenze, mescolando memoria personale, gusto per il racconto e giudizi affilati.
Formidabile! For-mi-da-bi-le! Anzi, “formidable”, senza la i, alla francese, con la r bene arrotolata (avete presente “For me… formidable” di Charles Aznavour? ecco!). Il “Faust” di Charles Gounod in programma in questi giorni alla Scala è di gran lunga lo spettacolo migliore della stagione, in tutte le sue componenti: regia, orchestra, coro, cast vocale. Quattro ore (compresi i due intervalli) al termine delle quali il vostro cronista avrebbe volentieri ricominciato da capo.
Stravolgendo l’ordine consueto delle recensioni operistiche, nelle quali si parla del coro solo alla fine, diciamo subito che il coro, anzi IL CORO scaligero istruito da Alberto Malazzi ha dato una delle interpretazioni più straordinarie a memoria di chi scrive. In quest’opera il coro c’è sempre, anche quando non è in scena: osserva, commenta, accompagna l’azione, è attore a pieno titolo. Questo è quello che fa, ma è il “come” che più ci interessa, ed è stato un “come” superbo: una voce collettiva incisa, scolpita, netta, potente, capace anche di pianissimi da pelle d’oca come il compianto funebre per la morte di Valentino alla fine del quarto atto (“Que le Seigneur ait son âme/ et pardonne au pécheur”). Lo abbiamo già scritto un’infinità di volte: il Coro della Scala è forse, o senza forse, la più alta istituzione musicale italiana.
La regia: al netto di qualche discontinuità, qualche abbassamento di tensione (ad esempio nei momenti più intimistici, quando l’adrenalina scende) e un certo eccesso di “doppi”, che però va tanto di moda nel teatro d’opera contemporaneo, è stata una sferzata di vitalità, capace di far convivere il reale e il fantastico grazie all’ambientazione circense (a proposito, in questi stessi giorni a Milano, all’Elfo Puccini, “L’orologio americano” di Arthur Miller con la regia di Elio De Capitani è proposto in forma circense, con deformazioni brechtiane e maschere alla George Grosz). Come scrive il regista Johannes Erath nel programma di sala, “non c’è nulla senza il suo opposto” ed ecco quindi Mefistofele che suona l’organo in chiesa e poi spande l’incenso con il turibolo vestito da papa, insieme ai suoi diavoli vestiti da chierichetti. Energico, ironico, grottesco al limite del blasfemo, carico di diabolica (ovviamente) vitalità, istrionico; il tutto servito con luci magnifiche (Fabio Antoci), scene e costumi spettacolari (Heike Scheele e Gesine Wollm) e videoproiezioni di forte effetto (Bibi Abel).
Nella compagnia di canto ha svettato Alex Esposito, che oggi è uno dei migliori Méphistophélès in circolazione a livello internazionale. Una vocalità forte, sicura, eccellente in tutti i registri; ma al di là e ancor più di questa, una presenza attoriale da vero “animale da palcoscenico”. Marina Rebeka è stata una Margherita di gran classe, voce limpida, luminosa e capace di grandi estensioni negli acuti: l’avevamo ascoltata per la prima volta alla Scala nella “Thais” del 2022 diretta da Lorenzo Viotti e ci aveva conquistato.
Vittorio Grigolo stavolta ha “grigoleggiato” meno del solito, in parte perché la regia l’ha controllato a vista, in parte perché i suoi pur splendidi mezzi vocali cominciano a mostrare qualche appannamento; tant’è che “Salut, demeure chaste et pure”, una delle arie più belle dell’intera storia dell’opera, è stata cantata in tono un po’ dimesso; ma pur sempre “chapeau” nei confronti di questo artista che – al di là di certi eccessi che lo hanno reso un personaggio – è stato e continua a essere uno dei protagonisti più popolari del teatro d’opera. Ma la sorpresa più gradita della serata è stata Marcela Rahal, mezzosoprano brasiliano classe 1990, che ha interpretato magnificamente la parte di Siebel: voce calda, sinuosa, intensa, luminosa; crediamo che sia pronta per Cherubino e Octavian.
Last, but not least: il direttore Daniele Rustioni
Stavolta abbiamo lasciato per ultimo il direttore, con la classica formula “last, but non least”: Daniele Rustioni è stato insieme al coro la stella della serata. Raramente abbiamo sentito l’Orchestra della Scala suonare con tanta intensità: calda, densa, morbida, lieve e potente secondo la necessità. Quella di Gounod è in molti momenti musica di “enivrant languer” (inebriante languore, prendendo a prestito le parole di Margherita nel finale del 3^ atto), una tavolozza cromatica straordinaria, e Rustioni riesce a restituircene il senso senza quegli effettismi di maniera che spesso guastano quest’opera. Mai sovrapposizione sui cantanti ma saldo supporto nei momenti solistici, eleganza nel valzer della kermesse del 2^ atto e nella scena del giardino (meravigliosa anche dal punto di vista scenografico), forza dirompente nelle parti più “diaboliche”. What else? Rustioni ha 43 anni, un giovane-maturo ormai affermato in tutto il mondo; dal 2025 primo direttore ospite al Metropolitan di New York, dal prossimo anno lo sarà presso la Tokyo Metropolitan Symphony Orchestra. Alla Scala lui, milanese, non dirigeva dal 2012; chissà se fra tre anni, quando scadrà il mandato-ponte di Chung, non venga preso in considerazione per la direzione artistica: ne avrebbe tutti i numeri.
Ce ne andiamo via dal teatro che sono le 23,30, il pubblico applaude meno calorosamente di quanto sarebbe stato logico aspettarsi, tutti si affrettano all’uscita forse temendo di perdere le “dernier métro”. Il vostro cronista resta in sala ancora per un po’: magari Méphistophélès lo vede, gli si avvicina e gli presenta un contratto da firmare… Se l’inferno è quello che abbiamo visto, se il Diavolo è Alex Esposito e se si ascolta questa musica, magari un pensierino varrebbe la pena di farlo…
Articolo basato sulla recita di martedì 3 novembre 2026
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