Mondiali Qatar, la lezione dell’Iran agli ipocriti europei

La lezione dell’Iran ai colleghi: la nazionale non canta l’inno. L’Inghilterra invece si piega alla Fifa

10.6k 20
generica_porro_1200_5

“One Love” è la fascia arcobaleno che i giocatori del Mondiale qatarino volevano mettere ma non mettono in segno di solidarietà all’amore omosessuale, osteggiato dall’emirato ospitante. Ma “One Love” è, prima di tutto, il saluto di amore universale di Bob Marley, veicolo di insofferenza e di libertà ed è così che piace intenderlo a noi. Ora, su questo saluto si sta costruendo la farsa più invereconda di tutti i tempi: i calciatori-mammole che vorrebbero tanto, ma poi rinunciano per non disturbare nessuno; i padroni di casa col turbante, ma niente affatto turbati, mentre dicono “noi siamo per l’inclusione, per i diritti umani”; la Fifa che è quella che fa più schifo, Federazione Internazionale Feccia Amorale, che minaccia di ammonire chi la benedetta maledetta fascia se la infila.

One Love, non si salva nessuno. E la fascia non la mette nessuno. E la faccia nemmeno. Con alcune sfumature, comunque, distinzioni che meritano, ci sembra, la dovuta attenzione: da una parte, i superviziati divi pallonari europei, dalle ginocchia più consumate di quelle di una pornostar a forza di accucciarsi in patria, o in continente, per qualsiasi istanza, dal Black Lives Matter al Gender, al Riscaldamento Globale a tutte le trovate dell’Agenda 2030, della Ue dei falansteri imbiancati come i celebri sepolcri; poi ci sono compagini che solo ad aprire bocca rischiano grosso, come quella iraniana, che la fascia non la mette e, perdio, ci sta che non la metta, perché se quelli sbagliano qualcosa, se fanno qualcosa che non asseconda le pazze imprevedibili escandescenze degli ayatollah, oggi di qui domani di là, non se la cavano con un cartellino giallo: li fanno fuori appena scendono dall’aereo all’aeroporto di Teheran.

Eppure questi atleti, per orgoglio, per dignità o per chissà quale tortuosa ragione nel magma delle tensioni globali, riescono a far capire come la pensano, a dire, in qualche modo, che loro non possono ma sarebbero per metterla quella fascia, poiché di diritti umani travolti qualcosa ne sanno. E, con tutti i pericoli che corrono, rifiutano di cantare l’inno e si stringono a cerchio in un abbraccio ideale con chi di regime muore. Ecco l’One Love che resterà, che riempie i social e, tutto sommato, fa gioco anche alla Fifa seppure va contro i suoi “valori”. Certo resterà negli occhi di chi, come noi del secolo scorso, ancora si ostina a illudersi che lo sport sia capace di gesti immensi.

I cari colleghi occidentali, no. Saccenti, ma alla bisogna non sanno mai niente. Un brivido ha scosso il mondo quando CR7 ha proclamato alle genti: ho qualcosa da dire e io parlo quando voglio e dico quello che voglio. Giusto, grande Cristiano, dicci tutto Cristiano: “Ah, voi mi dovete rispetto”. E si è messo a spararsi le pose, stile TikTok. Vai a cagare, Cristiano. Quell’altro, il portiere-capitano francese, Lloris: “Ah, io sono per i diritti ma qui bisogna obbedire (sic) alle leggi locali”. Leggi che proibiscono tutto e gli omosessuali li sbattono in una galera per sette, otto anni minimo. Gli altri fanno i pesci in barile. Si preoccupano, sì: del loro culo. Pretendono le regge negli alberghi i Neymar, i Messi, lo stesso Ronaldo. One my Love. E dire che molti avrebbero tutte le carte in regola per cavalcare la battaglia fluida.

E la fascia One Love, nessuno la azzarda. Quale One Love, qui di love non ce n’è, c’è l’One, quello sì, inteso come il “particulare” di Guicciardini, io penso agli affari miei, affari milionari, niente di male, ma se “non è mai per soldi: è sempre per soldi” e al di fuori di quelli non resta niente, di che stiamo a parlare, a tifare, a credere che è tutto vero?

Chi scrive si sente troppo vecchio. Non solo perché questo mondo lo capisce sempre meno, ma perché si ricorda dei suoi eroi di gioventù, i Gianni Rivera, abatino fin che si vuole ma piuttosto che tacere si faceva quindici giornale di squalifica, altro che le ammonizioni gesuitiche di Infantino, i Mariolino Corso, i Gigi Riva, i Bonimba, gli Albertosi, i Domingo, i Benetti, i Prati eccetera. Scendevano in campo e, più che giocatori, sembravano scassinatori di banche. Quelle grinte, quei ghigni di bastardi senza gloria e no, non stiamo idolatrando, certo che anche loro, come tutti, si piegavano ai compromessi del caso, si vendevano le partite, erano a volte delinquenti in calzoncini, quelli della Lazio dello scudetto una specie di cosca con tanto di pistole; gli altri non è che fossero tanto diversi, però era una “malavita” romantica e nessuno avrebbe potuto obbligarli a fare qualcosa che non volevano.

Mariolino Corso, piede sinistro di Dio, con quella vocina chioccia era un piantagrane della Madonna, un gran pigro, “El val pussè on minut de caminà del Mariolino che on’ora de sbarellà de tutt i alter”, diceva Milly Moratti, la presidentessa nerazzurra. Aveva straragione e al Mariolino non gliene fregava un cazzo della carriera. In Nazionale quasi per sbaglio, stava sui coglioni a tutti. Una volta lo convocano, lui già avvelenato con Valcareggi che non lo chiama: entra e fa un gol dei suoi. Invece di esultare coi compagni, si celebra a modo suo: caracollando su quei calzettoni calati, si porta a tiro di Ferruccio e gli spara in piena faccia un fragoroso “ombrello”, toh, pigliatelo in culo. Fine della maglia azzurra e figuriamoci se non lo sapeva.

Ora, secondo voi uno così poteva accettare il patetico balletto “la fascia sì, però anche no, però siamo inclusivi, però qui si fa la storia dei diritti”?

Un balletto del genere può coreografarlo giusto Gianni Infantino, lo svizzero del Qatar, che vive a Doha (apposta “si sente qatarino”), ci vive da emiro, cioè come un pascià, funziona da ambasciatore informale dell’Emirato e di fronte alla vagonata di critiche, dalla corruzione per aggiudicarsi il torneo agli stadi costati sei, settemila cadaveri, quasi tutti importati da fuori, alle 28 ore di lavoro al giorno in condizioni da campo di concentramento, alla repressione dei gay e lesbiche, a un sacco di altre cose, dice: ih, quante storie, l’Occidente pensi alle sue magagne, io mi sento omo, mi sento invalido, mi sento migrante.

Questa gente si sente sempre tutto, tranne quello che dovrebbe sentirsi. Tranne quella che è. La Fifa ogni giorno riesce a fare un po’ più schifo. Adesso si sono inventati la fascia a scadenza, non la “One Love”, che fa male agli occhi con tutti quei colori e implicazioni, un”altra, “No Discrimination”, tutta nera come quando muore qualcuno, che vuol dire tutto e niente: ma chi è che sarebbe per la discriminazione? Comunque subito no, dai quarti di finale va bene, tanto a quel punto la Nazionale ospite sarà bella che disciolta, speriamo non nell’acido, sai in Qatar sono per l’inclusione, ma a modo loro. Ma forse la anticipano agli ottavi, a subito, dipende dalla ricaduta mediatica.

Sai, i valori. Però solo i capitani, tutte le squadre pare esagerato. Il bello è che spremere queste trovate, puntualmente risolte in figuredemmerda, non gli costa nessuna vergogna. Un bancomat di buffonate, ah, se solo potessero venire trasformate in energia. Dicevano gli antichi: oportet ut scandala eveniant, ma qui, a parte che uno scandalo tira l’altro, non “oportet” un accidente perché non c’è reazione, non c’è emozione, nessun dolore e tanto meno imbarazzo.

Va beh, se non altro nessuno (tranne i comunisti più idioti fra gli idioti) potrà ragionevolmente contestare oltre che quello pallonaro sia un pianeta fra i più cialtroni e corrosi nell’universo, colossale luna-park rutilante dove giri di soldi stratosferici coprono debiti immani. Tipo certe coop di solidarietà migrante. Dove la favola bella dello sport inclusivo è diventata un racconto dell’orrore. Dove i presuntuosi padreterni con eupalla al piede si svelano per capricciosi fantocci capaci di passare in poche ore di fuso orario dell’inginocchiamento all’infinocchiamento.

Già obbedire, come dice Lloris, a un Infantino è qualcosa che dovrebbe creare una crisi di coscienza irreversibile, alla fra Cristoforo. Ma i soldi, i soldi aggiustano tutto. Per una Bbc he rifiuta di trasmettere la cerimonia d’apertura, c’è una Rai che la magnifica. Per forza, ne hanno mandati là in vacanza in 160, una bagarrrre. Ma davvero ci vuole il coraggio del Tg2 per mettere in bocca a una speaker una frase come questa: “I Mondiali in Qatar diventano palcoscenico per i valori della democrazia”. Se mai palco osceno, come dice Nino Frassica.

Max Del Papa, 21 novembre 2022

Ti è piaciuto questo articolo? Leggi anche

Seguici sui nostri canali
Exit mobile version