Abbiamo difeso la libertà di parola di Roberto Vannacci quando, pubblicato il suo libro, un po’ tutti lo presero di mira. Il ministro Guido Crosetto in primis. Poi Repubblica. Quindi mezzo mondo della sinistra, scandalizzata dalle tesi – forse scritte così così, ma in parte anche condivisibili – vergate sul suo bestseller “Il Mondo al Contrario”. Però oggi il generale non è più solo il generale. È un politico fatto e finito. È stato eletto al Parlamento Europeo con 500mila voti, un po’ suoi e un po’ leghisti, è stato vicesegretario del Carroccio senza crederci davvero, ha mollato Salvini e adesso si candida ad essere il leader di una sorta di Afd all’amatriciana. Quindi l’analisi che ci apprestiamo a redigere è rivolta al politico, non al militare.
La prima domanda da porsi è questa: ma ce n’era davvero bisogno? A che pro? Qui prodest? Perché un nuovo partito di solito nasce per svariati motivi: incomprensioni tra due correnti, elettorato evidentemente alla ricerca di una casa, coalizioni in rotta di collisione, governi che cadono, elezioni alle porte. Al momento non si vede all’orizzonte nessuna di queste condizioni, fatto salvo il rischio – ma qui la scommessa sarebbe mica da niente, puzza un po’ di azzardo alla Matteo Renzi – che un’eventuale sconfitta al referendum sulla giustizia possa davvero portare rapidamente ad elezioni anticipate. I sondaggi dicono che il centrodestra è solido, forte e nonostante gli oltre tre anni di governo – con tutti i casini avvenuti in giro per il mondo – in vantaggio sugli avversari. C’era davvero bisogno di creare questo “strappo”, le cui conseguenze reali sono ancora da valutare? A chi fa comodo, fatta salva la legittima ambizione del generale ad essere leader di qualcosa e non vice di qualcuno?
La seconda domanda riguarda Futuro Nazionale. Avrà, appunto, futuro? I sondaggisti ipotizzano un 5% di tetto di consenso, tetto che però vale come limite massimo e che probabilmente sarà inferiore. Youtrend oggi lo piazza intorno al 4,5%. Ma una cosa sono i sondaggi, soprattutto per i partiti appena nati, un’altra la verità delle urne. Una cosa è conquistare 500mila preferenze alle Europee col simbolo della Lega, un’altra è farlo per le politiche con una struttura propria. Lo sa bene Mario Monti, convinto col suo loden di essere il salvatore della patria acclamato da tutti e infine crollato rovinosamente in campagna elettorale. Vi ricordate il nome del suo partito? Ecco, a dimostrazione del segno che ha lasciato nella vita politica del paese. E la lista di fallimenti simili è lunga.
Certo: c’è chi dice che anche Giorgia Meloni con la sua Fratelli d’Italia, quando nacque, sembrava destinata a soccombere. Vero. Però ci sono alcune differenze da valutare, rispetto al neonato movimento di Vannacci. Primo: Meloni non era sola, ma si mosse insieme ad un nutrito gruppo di politici di lungo corso, sia a livello nazionale che locale, inclusi i movimenti giovanili, tanto da riuscire anche a formare un gruppo parlamentare proprio. Ad oggi, invece, Vannacci sembra un grande generale senza truppe esperte.
Secondo: FdI si separava da un Popolo della Libertà già in rotta di collisione, era il 2012, governo Monti, dopo anni in cui il Pdl aveva cercato di unire in un’unica casa diverse anime di una ex coalizione e Gianfranco Fini aveva già mandato tutto in vacca avventurandosi in Futuro e Libertà. Vannacci invece esce da un partito di un governo coeso, peraltro dopo non aver neppure fatto finta di tentare di portare le proprie idee al mulino leghista.
Terzo: Meloni non s’è inventata un’area politica, l’ha solo “ri-occupata” dopo che era stata lasciata vuota da Alleanza Nazionale (il secondo logo di FdI, se ricordate, incorporava proprio quello di AN). Ha coltivato (e allargato) un orticello che aveva smesso di dare i suoi frutti, ma che per anni aveva funzionato. Vannacci invece si posiziona a destra di quella destra (sì: sarebbe stato a destra anche di AN), in un’area poco incline ai compromessi e che fatica a restare in coalizione. Senza contare che, comprensibilmente, Salvini e Lupi potrebbero apporre un veto all’ingresso del generale in coalizione.
Quarto: Meloni dal 2012 in poi è sempre stata all’opposizione di governi di sinistra o di Frankenstein politico-tecnici, il che le ha dato la possibilità di crescere. Vannacci dovrebbe invece fare a spallate per raccogliere consensi durante una legislatura capeggiata da quegli stessi partiti con cui, immaginiamo, poi domani dovrebbe allearsi.
Ultima considerazione. La storia ha dimostrato che gli elettori di centrodestra tendono a punire quelli che considerano dei “traditori”. Le tempistiche, in politica, contano. E la fuoriuscita del generale dalla Lega, dopo pochi mesi di convivenza, tutto appare agli occhi degli italiani tranne che consensuale. Ha finito col dar ragione ai suoi detrattori che lo consideravano un corpo estraneo nella Lega.
Detto questo, tornando alla domanda iniziale, ci chiediamo di nuovo: ne avevamo bisogno, di un nuovo partito a destra? Forse no. Perché se è vero che due galli non possono stare nello stesso pollaio, vedi Salvini e Vannacci, è altrettanto vero che la forza del centrodestra è sempre stata quella di non dover formare governi con mille partitini in stile Armata Brancaleone. Più simboli significa più spartizione, ovvero meno solidità. Auguri al generale, di cuore. Però forse sarebbe stato di maggior valore aggiunto se avesse scelto di combattere da dentro le sue battaglie. Anziché da fuori.
Giuseppe De Lorenzo, 4 febbraio 2026
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Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI


