Cronaca

“Nella sentenza c’era una bufala”: la confessione che scuote il caso Stasi

Oscar Cedrangolo, protagonista del giudizio in Cassazione, critica uno dei passaggi centrali della condanna definitiva

Alberto Stasi
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Mercoledì scorso Zona Bianca, condotto su Rete4 da Giuseppe Brindisi, ha tirato fuori dal cilindro uno scoop che in pochi si aspettavano. Trattando come di consueto le novità sul caso di Garlasco, Brindisi ha stupito tutti, annunciando la prima parte di una intervista rilasciata da Oscar Cedrangolo, il magistrato che in Cassazione sostenne l’accusa nei riguardi di Alberto Stasi.

Da quel fatidico 12 dicembre del 2015, in cui la Suprema Corte confermò la condanna dell’Appello bis, pare che sia la prima volta che Cedrangolo accettasse di farsi intervistare. E quello che ha detto in estrema sintesi non ha lasciato adito a dubbi circa il suo punto di vista di allora; ovvero che il “Biondino dagli occhi di ghiaccio” non avrebbe dovuto essere condannato.

Ma prima che partisse l’intervista – registrata lunedì scorso a Napoli – il conduttore ha voluto leggere l’incipit della requisitoria di Cedrangolo, a mio avviso estremamente istruttiva per chiunque voglia addentrarsi nei meandri del nostro assai complesso sistema giudiziario, soprattutto quando ci si trova di fronte ai casi finiti sotto i riflettori dei media: “In questa sede, in queste aule non si giudicano gli imputati, ma si giudicano le sentenze, non si decide se un imputato è colpevole o innocente perché non abbiamo gli strumenti per deciderlo, ma si stabilisce se una sentenza è fatta bene o è fatta male.

Se è fatta male si annulla, se è fatta bene si rigetta il ricorso perché serve a tentare di limitare quella perniciosa forma di spettacolarizzazione che spesso purtroppo investe alcune vicende processuali. Le investe, le mercifica, le sconvolge, attraverso quei discutibili processi televisivi che inquinano e compromettono la serenità di giudizio degli spettatori, ivi compresi tra essi i potenziali giudici togati o popolari di quelle stesse vicende. che purtroppo non hanno niente di spettacolare, a meno che non si voglia considerare spettacolare la disperazione, la sofferenza, l’angoscia, il dolore, tutti sentimenti che meritano solo rispetto e che non meriterebbero invece di essere mercificati”.

Ebbene, in queste parole si manifesta, a mio avviso, un evidente riferimento alla pressione mediatica, colpevolista in grandissima parte, che funestò in lungo in largo un iter processuale conclusosi dopo ben due assoluzioni consecutive e cinque gradi di giudizio. Una pressione esercita dal circo mediatico – a parte qualche rarissima mosca bianca affetta da garantismo endemico – che sin dall’inizio aveva individuato in Alberto Stasi il colpevole perfetto da immolare.

Tuttavia, è quando Brindisi entra nel merito della sentenza di condanna che riemerge un elemento, di cui abbiamo dato conto più volte su queste pagine, che ancora oggi grida vendetta. In particolare, quando il giornalista, dopo aver ricordato che Cedrangolo smontò “pezzo per pezzo” i famigerati sette indizi a carico di Stasi, gli chiede quale di questi egli lo ritenesse il più fragile, la risposta del magistrato è stata netta e senza appello: “L’anello debole non era nessuno dei sette indizi di cui parlava la sentenza, ma era quello che l’appello bis riteneva il primo e grave indizio a carico dell’imputato, il tentativo di accreditare l’ipotesi di un incidente domestico. Questo indizio, ritenuto il primo e grave, si è rivelato una bufala, un vero e proprio travisamento processuale”.

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Per la cronaca, furono i due carabinieri accorsi per primi sulla scena del crimine che ventilarono tale ipotesi, mentre già nella telefonata al 118 il fidanzato della vittima parlava di un omicidio.

Quindi, a beneficio degli ultimi adoratori del cosiddetto giudicato, in sentenza viene scritta nero su bianco una “bufala”, una cosa totalmente destituita di fondamento. E non lo diciamo noi, bensì lo sostiene ancora oggi il coraggioso Oscar Cedrangolo.

Dopodiché, di fronte a questo semplice ma deflagrante dettaglio, ci si stupisce ancora che la maggioranza del popolo italiano, nel cui nome vengono pronunciate le sentenze, si sia convinto che abbiamo tenuto in carcere per oltre 10 anni la persona sbagliata?

Claudio Romiti. 10 luglio 2026

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