Dopo il raccapricciante episodio registratosi nelle scorse ore Tor Tre Teste, nella periferia est di Roma, dove una donna 60enne è stata brutalmente abusata da un 26enne di origini gambiane, incensurato e con un permesso di soggiorno speciale per motivi umanitari, torna di strettissima attualità l’ipotesi di un provvedimento che introduca anche in Italia la misura della castrazione chimica.
A rilanciarla è, ancora una volta, il leader della Lega Matteo Salvini, convinto che la misura in questione possa rappresentare l’unica e sola soluzione praticabile per porre un argine all’orrendo fenomeno della violenza di genere. Per evitare che pedofili e stupratori possano ricommettere barbari episodi come quello di Roma, il vicepremier rispolvera, dunque, l’idea del trattamento farmacologico già in vigore in numerosi Stati, anche europei, considerato da una parte della politica, Lega in testa, come la panacea per risolvere tutti i mali che affliggono la società italiana.
Ma la visione di Matteo Salvini su un tema tanto attuale, e al contempo tanto delicato, appare, tuttavia, molto propagandistica e intrisa di ideologismo, e poco orientata alla reale risoluzione del problema. Intanto, per ragioni di carattere “tecnico”. Lo stupro, infatti, si origina solo in parte dalla pulsione sessuale, che verrebbe inibita mediante la cosiddetta castrazione chimica. Nella stragrande maggioranza dei casi, invece, la violenza nasce da una pulsione sadica, che non può essere controllata o limitata esclusivamente attraverso un trattamento farmacologico.
Per di più, oltre a risultare poco adeguato per la risoluzione del problema, il trattamento chimico potrebbe inoltre rivelarsi alquanto dannoso per il reo, causando, oltre a una riduzione della libido e del desiderio sessuale, anche un’alterazione dell’equilibrio endocrino da cui potrebbero originarsi conseguenze che potrebbero dare luogo a instabilità emotiva e a gravi ricadute di carattere psicologico. Accanto agli aspetti squisitamente medici, esistono, poi, anche delle questioni giuridiche da tenere in debita considerazione. Prevedere che debba essere il reo a sottoporsi “volontariamente” al trattamento farmacologico, implica la non sussistenza di una pena, dal momento in cui la caratteristica necessaria di ogni pena è la sua obbligatorietà.
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In tal caso, invece, ciò che si prefigura all’orizzonte è una sorta di “baratto forzoso” con la libertà personale del reo, del tutto inammissibile sul piano giuridico. Senza dimenticare, inoltre, che, così facendo, si autorizzerebbe di fatto lo Stato a violare sistematicamente l’integrità fisica del condannato, e a ridurre il cittadino al rango di suddito di un potere politico esercitato in maniera illimitata e incontrollata, dando peraltro vita a un pericoloso precedente che potrebbe, nel tempo, essere esteso anche ad altre tipologie di reati.
In definitiva, ciò che ne scaturirebbe sarebbe, pertanto, un’inaccettabile negazione dei principi democratici che regolano lo Stato di diritto, e un’irrimediabile regressione tanto sotto il profilo umano, quanto su quello giuridico, etico e culturale, che, peraltro, servirebbe solo in piccola parte a fermare le violenze sessuali.
Salvatore Di Bartolo, 28 agosto 2025
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