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“Non c’è Coviddi”: per l’Ucraina si può scendere in piazza

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Basta, finita la pandemia, non c’è più coviddì. La sinistra chiusurista, cavillista, anaffettiva, tutta lockdown e lasciapassare, l’homo piddinus spione, delatore, paranoide, burocrate, inguaribilmente stronzo, sempre pronto a denunciare assembramenti, a maledire quattro amici al bar, a proibire anche il respiro, il piddinus trinariciutus padulus si scuote dal torpore di una emergenza ormai consunta e ne trova un’altra: tutti in piazza “per l’Ucraina”. Della quale ai piddini non può fregare di meno e comunque molto meno dell’ultimo smaltino gender per bambini o della nuova favolosa zuppa di farro bio (servita da Venancio, il cameriere di Daniele Capezzone), ma è il riflesso condizionato da “è scoppiata la guerra e non ho niente da mettermi”.

Via, tutti fuori, all’aperto, la sinistra sciama e si conta, ma quali proibizioni, quali concentramenti, oh, ma c’è la guerra, lo capite o no, c’è da esprimere il nostro sostegno al popolo ucraino, al Donbass che questi manco sospettavano fino a ieri e adesso se ne riempiono le fauci e i programmetti alla Zoro. Er Donbass. Ammazza quanti siamo però. Tutto serve per mettersi in mostra, per dare una spolveratina alla coscienza civile, ultimamente un po’ appannata. Un grande segnale democratico. Arieccoli coi lumini, le bandierine, la canzoncina di John Lennon, che voleva cancellare le guerre con i sogni ed era uno slogan pubblicitario, “immagina… puoi”. A Bologna c’è pure Gianni Morandi che spaccia il suo ye-ye jovanottesco sanremese, fuori epoca, paraculo, per un inno di pace e di speranza. Sempre con la solita faccia da eterno ragazzo che come lui amava i Beatles e i Rolling Stones, tattà-tatta-tà, tattà-tatta-ta-

Che facciamo? Cantiamo? Ci mettiamo in mostra, facciamo quelli che hanno capito tutto? Scendiamo in piazza a ballare, niente mascherine e niente QR? Trenta, quaranta anni di propaganda onirica e poi piove una guerra, che mette fine alla politica delle parole, dei gessetti e , che spazza via la favola bella della globalizzazione “che mette d’accordo tutti, i belli con i brutti”, il potere del commercio e del denaro oltre le colonne d’Ercole che c’era anche tremila anni fa ma non ammantato in dogma, la guerra dei dittatori e dei pazzi, dei soldati e dei razzi, dei vili e dei feroci, un carrarmato punta una macchinetta e la schiaccia come un insetto, un ospedale per bambini terminali viene evacuato e li mettono tutti in uno scantinato, senza cure, per salvarli dalle bombe li fanno morire di cancro. E questi si mettono su Twitter dicendo che vanno a prendere aria in segno di solidarietà, e poi finiscono all’apericena, dove tagliano la realtà con l’accetta, stabiliscono, loro, chi ha ragione e chi no e soprattutto si pongono serie questioni etiche: come si mette adesso er Piddì? Sono venuti bene i selfie con la Quartapelle e il compagno Letta?

Certamente agli ucraini sotto le bombe avrà dato una sferzata di coraggio sapere che i compagni italiani stavano a fumare e a cazzeggiare nei centri storici di Milano, Torino, Roma, Bologna, senti che tepore, è quasi primavera. Mentre nelle dirette televisive, mandarini mediatici di provata fede piddina si divertono a definire gli ucraini un popolo di sguattere e puttane. Però con la faccia seria, preoccupata di circostanza. Chi volete prendere in giro, compagni farisei? Questa tragedia è una farsa comunque la si guardi. Nell’impotenza rimbambita di Biden, nei pretesti di Putin, nelle ragioni di chi lo sostiene, ma anche nella cialtronaggine di chi tira la linea e divide i buoni dai cattivi e mette in scena gesti eclatanti quanto stupidi, le solite sparate a effetto, le piazze, le luci sui Palazzi, le cacciate dei direttori d’orchestra sgradevoli, messi di fronte al dilemma: o dissociarsi da Putin e far deportare i familiari, o perdere l’incarico. Ma la sinistra è così, va di grana grossa, al rasoio di Occam preferisce la scimitarra. Non che altrove siano più sottili, ormai è un virus, la geopolitica, la medicina, la metafisica, tutto formato Twitter.