Nel manuale non scritto del potere progressista europeo c’è ormai una regola d’oro: quando gli elettori ti voltano le spalle, tu spiega loro che non puoi andartene. Non per ambizione, per carità. Non per attaccamento alla poltrona, figuriamoci. Ma per senso dello Stato, per responsabilità, per evitare il caos, per difendere la democrazia da quelli che votano nel modo sbagliato. Keir Starmer, oggi, sembra aver imparato benissimo la lezione. Il premier britannico è reduce da una batosta alle amministrative che avrebbe fatto tremare i polsi a chiunque. Il Labour ha perso terreno, potere locale, consiglieri, municipi, credibilità. Reform Uk di Nigel Farage ha incassato un risultato che non può più essere liquidato come folklore populista. E dentro il partito laburista si comincia a sentire quel rumore sinistro che precede le congiure: parlamentari inquieti, ex ministri nervosi, correnti che si annusano, colleghi che sorridono in pubblico e affilano i coltelli in privato.
Eppure Starmer non molla. Anzi, rilancia. Ammette che ci sono stati errori, concede che gli elettori siano frustrati, riconosce persino che parte di quella frustrazione sia diretta contro di lui. Ma la conclusione è sempre la stessa: resta al suo posto. Per il bene del Paese, naturalmente. Perché un governo laburista, dice in sostanza, non può permettersi di ripiombare il Regno Unito nel caos già visto con i conservatori. Ed ecco la magia: la sopravvivenza politica diventa dovere morale. L’istinto di conservazione si traveste da sacrificio nazionale.
È un copione che conosciamo bene. Pedro Sánchez, in Spagna, lo recita da anni con talento quasi teatrale. Scandali, sconfitte, patti spericolati, maggioranze appese, tensioni istituzionali: tutto scorre, lui resta. Ogni crisi viene trasformata in una prova di resistenza democratica. Ogni contestazione diventa un attacco delle destre. Ogni richiesta di dimissioni viene archiviata come irresponsabilità degli avversari. Starmer, con accento inglese e aplomb britannico, sembra muoversi sulla stessa strada.
La scena è quasi paradossale. Il leader laburista parla di working class proprio mentre una parte della working class gli sfugge di mano. Rivendica il cambiamento mentre gli elettori gli chiedono conto del cambiamento promesso e non visto. Annuncia un nuovo slancio su economia, Europa e difesa, ma il messaggio che arriva al Paese è molto più semplice: datemi tempo. Solo che il tempo, in politica, non lo concede il calendario. Lo concedono gli elettori. E quando gli elettori iniziano a punirti, ogni discorso sul rilancio assomiglia pericolosamente a un tentativo di guadagnare settimane.
Il problema di Starmer non è soltanto Farage, anche se Farage è il nome che oggi agita gli incubi laburisti. Il problema è più profondo: il Labour sembra aver perso la presa su una parte del Paese reale. Quello che non si entusiasma per i seminari sul “cambiamento”, non vive di formule ministeriali, non si consola con le slide del governo. Un Paese che guarda agli stipendi, ai prezzi, all’immigrazione, ai servizi, alla sicurezza, e si domanda che cosa sia cambiato davvero. Quando la risposta non arriva, cerca altrove. Anche dove Westminster non vorrebbe.
E qui si vede il riflesso tipico di una certa sinistra: quando il popolo applaude, è maturo; quando protesta, è disorientato. Quando consegna una vittoria, ha capito la storia; quando punisce chi governa, è stato sedotto dagli estremisti. Così Farage diventa l’alibi perfetto. Il nemico pericoloso. Il trumpiano d’Oltremanica. L’uomo da indicare come minaccia, più che da comprendere come sintomo. Ma se milioni di elettori si spostano verso Reform UK, forse non basta dire che sono arrabbiati. Bisognerebbe chiedersi perché.
Dentro il Labour, intanto, la pazienza non è infinita. Chi oggi difende Starmer lo fa anche perché non vede ancora un’alternativa sicura. Chi lo attacca misura i rapporti di forza. Chi tace aspetta di capire da che parte tira il vento. La politica funziona così: finché un capo appare in grado di vincere, gli si perdona molto. Quando inizia a sembrare un peso, anche gli amici diventano analisti severissimi. Starmer prova a ricordare che nel 2024 ha portato il Labour a una vittoria enorme. Ed è vero. Ma la politica non è un album dei ricordi. La gratitudine elettorale dura poco, soprattutto quando il governo entra nella fase in cui non può più promettere soltanto: deve produrre risultati. La vittoria di ieri non protegge automaticamente dalla sfiducia di oggi. E la luna di miele, a Londra, sembra già finita da un pezzo.
Così il premier britannico si presenta come argine al disordine, ma intanto il disordine gli cresce intorno. Chiede unità, ma il partito ribolle. Denuncia gli avversari pericolosi, ma il pericolo più immediato è la perdita di fiducia. Promette di correggere la rotta, ma non contempla l’ipotesi che il problema possa essere anche il timoniere. È qui che il parallelo con Sánchez diventa politicamente istruttivo. Entrambi incarnano una sinistra di governo che considera le dimissioni non come una possibile conseguenza della sconfitta, ma come un favore fatto agli avversari. Entrambi trasformano la permanenza al potere in atto di responsabilità pubblica. Entrambi sembrano dire: proprio perché siamo in crisi, dobbiamo restare noi. Una logica perfetta, almeno per chi occupa Palazzo.
Le prossime settimane diranno se Starmer avrà davvero scampato il pericolo o se il malcontento interno diventerà qualcosa di più serio. Formalmente ha ancora tempo. Politicamente, molto meno. Perché la leadership, nei partiti, non cade quando l’opposizione la critica. Cade quando i propri compagni iniziano a pensare che senza di te forse si perderebbe meno. Per ora, dunque, il premier resta lì: colpito dalle urne, contestato nel partito, insidiato da Farage, ma deciso a non fare un passo indietro. Dice che è responsabilità. I maligni la chiamerebbero poltrona. In fondo, da Londra a Madrid, il vocabolario cambia. Il metodo un po’ meno.
Franco Lodige, 11 maggio 2026
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