La lezione più scomoda per la sinistra italiana arriva ancora una volta dalla Scandinavia. Non da un governo sovranista, ma dalla Danimarca socialdemocratica di Mette Frederiksen, che sui temi dell’immigrazione e dell’integrazione ha scelto da tempo una linea molto più pragmatica di quella seguita dai progressisti del Sud Europa. L’ultima iniziativa riguarda il richiamo islamico alla preghiera. Il ministro dell’Integrazione Morten Bødskov ha annunciato la volontà di vietarlo con parole inequivocabili: “L’appello alla preghiera non dovrebbe risuonare sopra i tetti danesi”. E ha aggiunto che il richiamo “non ha posto in Danimarca, e non si dovrebbe avere alcun dubbio sul fatto di essere finiti in un sobborgo di Islamabad quando si cammina per la Danimarca”.
Provate a immaginare frasi simili pronunciate da un ministro del Partito democratico. Partirebbero immediatamente le accuse di razzismo, le scomuniche degli intellettuali e i comunicati indignati delle associazioni. In Danimarca, invece, si discute del problema: fino a che punto una società può arretrare nello spazio pubblico senza perdere la propria identità? Bødskov ha parlato apertamente anche di una strisciante “islamizzazione” che starebbe “occupando troppo spazio pubblico”. Il timore è che simboli e consuetudini estranei alla tradizione locale finiscano per comprimere la cultura danese e indebolire la coesione sociale.
La libertà religiosa non è in discussione. Pregare è un diritto. Trasformare progressivamente lo spazio comune di un Paese è un’altra cosa. La Danimarca traccia proprio questo confine: chi arriva può praticare la propria fede, ma deve accettare che il Paese ospitante possiede una storia, regole e tradizioni che non possono essere cancellate per timore di offendere qualcuno. Il punto non riguarda soltanto Copenaghen. Tutto il mondo scandinavo sta reagendo. Svezia e Norvegia, pur con politiche diverse, stanno rivedendo molte delle certezze che avevano accompagnato decenni di apertura migratoria. Dopo avere sperimentato quartieri separati, comunità parallele e difficoltà crescenti nell’integrazione, i governi nordici hanno capito che il multiculturalismo non produce automaticamente una società coesa.
Il modello scandinavo vive infatti di fiducia, rispetto delle regole e appartenenza comune. Il welfare regge perché i cittadini si riconoscono nella stessa comunità e accettano di finanziarla. Quando questa fiducia si indebolisce, entra in crisi anche il sistema sociale che la sinistra europea indica da sempre come esempio. La Danimarca lo ha capito prima degli altri. Ha adottato politiche migratorie severe, ha contrastato la concentrazione degli immigrati nei quartieri più problematici e ha trasformato l’integrazione da slogan morale a obbligo concreto. Mette Frederiksen non si è spostata a destra per moda. Ha semplicemente compreso che, quando la sinistra ignora i problemi reali delle classi popolari, quelle classi cercano altrove qualcuno disposto ad ascoltarle. Il costo della mancata integrazione non viene pagato nei salotti del centro, ma nelle periferie, nelle scuole e nei servizi pubblici.
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La differenza con la sinistra italiana è evidente. Da noi si giudicano le politiche in base alle intenzioni dichiarate. In Scandinavia si cominciano finalmente a giudicare in base ai risultati. E quando i risultati non funzionano, si cambia strada. Il divieto del richiamo alla preghiera assume così un significato più ampio. Non è soltanto una questione di altoparlanti, ma il diritto di una nazione a stabilire quali simboli debbano caratterizzare il proprio spazio pubblico.
La domanda resta semplice: chi deve integrarsi con chi? È la società ospitante a dover modificare continuamente le proprie abitudini, oppure è chi arriva a dover rispettare la cultura del Paese che lo accoglie? La risposta danese è chiara. Chi arriva è benvenuto se accetta le regole della casa. La casa, però, non viene demolita per farlo sentire più a suo agio.
La Scandinavia ha iniziato a reagire perché ha visto prima di noi dove può condurre l’accoglienza senza condizioni. La Danimarca è in testa, e lo fa senza complessi, persino con un governo socialdemocratico. Una società aperta, del resto, non deve per forza essere una società disarmata.
Massimo Balsamo, 25 giugno 2026
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