Politico Quotidiano

“Tutti i migranti in Ruanda o Uzbekistan”. Mossa a sorpresa di 5 Paesi Ue

Mezza Europa copia l'idea della Meloni. Ma Schlein & Co. continuano invece a dire no, anche contro la realtà

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Alla fine ci arrivano tutti. Magari con qualche anno di ritardo, dopo tonnellate di moralismo, sentenze, lezioncine sui diritti umani e accuse di ogni genere rivolte al governo italiano. Ma ci arrivano. Il nuovo Patto europeo per le Migrazioni e l’Asilo comincia finalmente ad assumere una forma concreta. E la direzione è esattamente quella che la sinistra italiana ha cercato in ogni modo di bloccare: esternalizzazione delle frontiere, procedure più rapide e rimpatri effettivi per chi non ha alcun diritto di restare nell’Unione europea.

Tradotto dal burocratese di Bruxelles: chi ha diritto all’asilo viene accolto, chi non ne ha diritto deve tornare indietro. Un principio talmente elementare da essere diventato, nel dibattito italiano, quasi rivoluzionario. L’Italia continuerà con il progetto dei centri in Albania, rimasto per troppo tempo impigliato tra boicottaggi politici, ostacoli giudiziari e campagne ideologiche. Ma mentre da noi qualcuno continua a fingere che controllare i confini sia una forma di disumanità, gli altri governi europei stanno studiando soluzioni molto simili.

Secondo Politico, Danimarca, Austria, Grecia, Germania e Paesi Bassi starebbero valutando la possibilità di trasferire in Ruanda o Uzbekistan i richiedenti asilo respinti. Non persone in attesa di sapere se abbiano diritto alla protezione, dunque, ma migranti che hanno già esaurito tutte le possibilità di ottenere l’asilo e devono essere espulsi. Sempre Politico avrebbe visionato una lettera con cui oltre la metà dei 27 Stati membri chiede di accelerare la creazione di strutture esterne all’Unione. “Il nostro obiettivo è concludere i primi accordi per la creazione di queste strutture nel 2026, in modo che siano operative a partire dal 2027”, ha dichiarato il primo ministro greco Kyriakos Mitsotakis prima dell’approvazione della legge.

Avete letto bene: non è Giorgia Meloni a parlare. È il primo ministro greco. E non si tratta più soltanto dell’Italia o dell’Ungheria, dipinte come pericolose anomalie sovraniste. Il modello viene ormai discusso e apprezzato dai principali governi europei, guidati tanto dalla destra quanto dalla sinistra. Tra i Paesi presi in considerazione sarebbe comparsa anche l’Uganda. Sarebbero invece state accantonate, almeno per il momento, ipotesi geograficamente più semplici come Egitto e Libia, a causa dei rischi connessi al traffico di esseri umani. Gli accordi non verrebbero negoziati direttamente dagli emissari dell’Unione europea. Toccherebbe ai singoli Stati, da soli o riuniti in gruppi, trattare con i Paesi terzi, mantenendo comunque informato l’apparato comunitario. Una soluzione pragmatica, forse proprio per evitare che ogni passaggio venga soffocato dai tempi e dai cavilli della macchina di Bruxelles.

Naturalmente, il coro delle prefiche è già partito. Si sostiene che il piano violerebbe il diritto umanitario, che sarebbe inattuabile, che nessun trasferimento potrebbe essere effettuato. È lo stesso copione recitato contro il progetto italiano in Albania. Peccato che le istituzioni europee difendano l’impostazione, ricordando un dettaglio che i contestatori fingono sistematicamente di dimenticare: queste strutture dovrebbero riguardare esclusivamente persone che non hanno ottenuto l’asilo e che, secondo le regole europee, devono essere rimpatriate.

Il vero scandalo, semmai, è che per anni l’Europa abbia prodotto provvedimenti di espulsione senza essere capace di eseguirli. Un sistema perfetto per alimentare irregolarità, marginalità e sfiducia dei cittadini. Si dichiara che una persona non può restare, ma poi la si lascia restare. Questa sarebbe la famosa politica dell’accoglienza? La novità politica è ormai evidente. Il modello dell’esternalizzazione non è più una bizzarria italiana: sta diventando una linea europea. Piace a governi conservatori, popolari, liberali e socialdemocratici. Viene studiato da leader di destra e di sinistra, perché tutti devono fare i conti con la realtà, con le frontiere e con elettori che chiedono regole credibili.

Tutti o quasi. Gli unici che continuano a opporsi per principio a questo schema sembrano essere quelli del Partito Democratico. Schlein & Co. dicono no mentre l’Europa, compresa quella parte governata dalla sinistra, si muove nella direzione opposta. Ed è questo il paradosso più gustoso: per mesi hanno accusato il governo Meloni di voler portare l’Italia fuori dall’Europa. Ora è l’Europa a seguire la strada indicata dall’Italia, mentre il Pd rischia di restare fuori dalla realtà.

Massimo Balsamo, 24 giugno 2026

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