
Non è bastata, a quanto pare, la cacciata di Andrea Pucci dal palco di Sanremo. L’inquisizione dem, sempre vigile e solerte quando si tratta di presidiare gli spazi considerati (a ragion veduta) “cosa propria”, ora punta dritto alla testa di Tommaso Cerno. A darne conferma è, tra l’altro, il quotidiano Repubblica, secondo cui un manipolo di parlamentari del Partito democratico, membri della Commissione di Vigilanza Rai, avrebbe chiesto all’azienda di viale Mazzini puntuali chiarimenti sull’opportunità di affidare al direttore de Il Giornale una striscia informativa sul servizio pubblico. Si chiamerà La Notizia, andrà in onda su Rai2 e il debutto è fissato per il prossimo 3 marzo.
Apriti cielo. Per i dem si tratterebbe di uno scandalo bello e buono. Il motivo? La colpa, evidentemente imperdonabile, di Cerno è quella di essere “direttore di quotidiani di destra filogovernativa riconducibili al gruppo Angelucci”, marchio d’infamia sufficiente — nella narrazione progressista — a trasformare una semplice rubrica informativa nell’ennesima prova del presunto assalto del governo alla Rai, ridotta a strumento di propaganda politica.
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Tradotto dal politichese all’italiano corrente: i parlamentari del Pd temono che Tommaso Cerno possa utilizzare il servizio pubblico come megafono filogovernativo, contaminando l’etere con opinioni non allineate. Un rischio che, a loro dire, andrebbe prevenuto con la massima fermezza. Del resto, si sa: l’informazione pluralista è un valore sacro, purché resti accuratamente circoscritta entro gli invalicabili confini tracciati dalla sinistra.
Il paradosso finale è quasi superfluo ricordarlo. Quella che oggi viene dipinta come una deriva inaccettabile altro non è che la prassi che la sinistra ha applicato con estrema disinvoltura negli ultimi vent’anni, occupando il servizio pubblico con un monopolio culturale difeso in nome della democrazia e del pluralismo. Sempre e comunque a senso unico, naturalmente.
Salvatore Di Bartolo, 9 febbraio 2026
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