Cronaca

“Non strumentalizzate”. Milano fa paura, ma Sala teme più le critiche dei coltelli

Dopo l’omicidio di Gianluca Ibarra Silvera alla stazione Certosa, il sindaco invoca lo stop alle polemiche. Ma il vero scandalo non è chi denuncia l’insicurezza: è una città che per anni ha fatto finta di non vederla

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A Milano muore un ragazzo di 22 anni, accoltellato in una stazione della periferia nord, e il primo riflesso della politica è sempre lo stesso: non criticare Beppe Sala. O meglio, non “strumentalizzare”. È la parola magica, il paravento perfetto, l’anestetico buono per ogni stagione. Quando la cronaca nera entra a gamba tesa nella narrazione della città modello, della Milano europea, dinamica, inclusiva, allora il problema non è più soltanto capire perché un giovane venga inseguito, circondato e massacrato in una stazione. Il problema diventa chi osa dirlo.

Sala, commentando l’omicidio di Gianluca Ibarra Silvera, ha scelto toni prudenti, istituzionali, ma anche molto riconoscibili. “Speriamo una volta per tutte che non si usino situazioni gravi come questa per le solite strumentalizzazioni”, le sue parole a Repubblica: C’è da combattere una criminalità che è diffusa non solo a Milano ma nel nostro Paese. Nessuno di noi sminuisce la situazione. La preoccupazione c’è. Sono in continuo contatto con prefetto e questore. Però bisogna passare oltre la logica degli schieramenti: il problema è di tutti. Serve certezza della pena: chi delinque deve scontarla. Vediamo troppe situazioni in cui chi commette un crimine efferato è stato fermato più volte senza un giorno di detenzione. Dall’altro lato però, come mi insegna Franco Gabrielli, se non fai prevenzione e non lavori meglio sull’integrazione non ottieni granché”. Parole in parte condivisibili, per carità. La certezza della pena, la prevenzione, l’integrazione: chi potrebbe dirsi contrario? Il punto, però, è un altro. A Milano da anni chi denuncia il tema sicurezza viene spesso liquidato come allarmista, sciacallo, propagandista. E adesso, davanti all’ennesimo fatto di sangue, ci viene spiegato che sì, la preoccupazione c’è, ma attenzione a non farne una questione politica.

E invece la sicurezza è anche una questione politica. Eccome se lo è. Non perché un sindaco abbia responsabilità penale per ogni crimine commesso sul territorio, ovviamente. Ma perché il modo in cui una città viene amministrata, raccontata, presidiata, governata nelle sue periferie e nelle sue stazioni riguarda direttamente la politica. Se per anni si è minimizzato, se si è preferito parlare d’altro, se ogni critica è stata respinta come una caricatura della destra cattiva e securitaria, poi non ci si può stupire se davanti a un ragazzo morto la discussione esplode.

La cronaca è ormai nota. Gianluca Ibarra Silvera, 22 anni, nato a Milano da famiglia dell’Ecuador, è morto nella notte tra lunedì e martedì dopo essere stato accoltellato alla stazione Certosa. Era con il fratello ventenne, rimasto ferito in modo lieve, e con un amico. Secondo le prime ricostruzioni della Squadra Mobile e della Polfer, i tre avrebbero cercato di allontanarsi dopo un confronto con una gang. Ma sarebbero stati inseguiti da una decina di persone, alcune con il volto coperto. Durante la fuga, il ragazzo sarebbe caduto o sarebbe stato spinto a terra, poi circondato e colpito più volte, forse anche con bottiglie rotte. Il fendente decisivo gli avrebbe reciso l’arteria femorale, provocando un’emorragia fatale. Portato d’urgenza al Fatebenefratelli, è morto poco dopo senza riprendere conoscenza.

Gli aggressori sono scappati. Secondo le prime ricostruzioni, gran parte del gruppo sarebbe fuggita salendo su un treno diretto a Treviglio. Si parla di nove persone in fuga. Gli investigatori stanno passando al setaccio le telecamere della stazione e delle aree ferroviarie per ricostruire i movimenti. Sullo sfondo c’è la pista delle pandillas latinoamericane, anche se per ora senza conferme investigative. E qui bisogna essere seri: le indagini le fanno magistrati e forze dell’ordine, non i talk show. Al momento non emergono elementi che colleghino la vittima a gruppi criminali organizzati o a bande giovanili, né precedenti a suo carico. Gianluca lavorava come allestitore di stand. Il fratello avrebbe riferito di non conoscere gli aggressori e che tutto sarebbe nato all’improvviso, senza un motivo apparente. Ma il padre racconta un’altra cosa. “Ero qui prima che avvenisse tutto e loro erano già qui. L’ho riconosciuto dai tatuaggi, è un capo della MS13”, ha detto davanti alla stazione Certosa. E ancora, sul possibile movente: “Questo è il loro territorio”. Sono parole pesanti, che andranno verificate dagli investigatori. Ma sono anche parole che raccontano una percezione, un clima, una paura. E la paura dei cittadini non si cancella con una conferenza stampa, né con il solito invito a non strumentalizzare.

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Ecco allora il punto politico, che Sala sembra non voler vedere fino in fondo. Il vero problema del sindaco non pare essere l’emergenza sicurezza che per anni è stata sminuita, derubricata, raccontata come un’esagerazione di chi non ama Milano. Il vero problema, a giudicare dalla reazione, è chi osa criticare la sua gestione. Chi osa dire che qualcosa non funziona. Chi osa collegare un fatto di sangue a un degrado più largo, a una città dove certe zone sono diventate terra di nessuno, a stazioni e periferie in cui la retorica della metropoli scintillante si schianta contro la realtà. In una parola: chi osa “strumentalizzare” l’omicidio.

Ma una città non si governa chiedendo il silenzio a chi protesta. E la pietà per una vittima non consiste nel mettere il lutto sotto vetro, renderlo intoccabile e poi vietare ogni domanda scomoda. La pietà, semmai, impone di chiedere perché sia successo, come sia potuto succedere, che cosa si poteva fare prima e che cosa si deve fare adesso. Altrimenti resta solo il rito: il cordoglio, la condanna, il richiamo alla responsabilità, la promessa di più controlli, la telefonata con prefetto e questore. Tutto giusto. Tutto già sentito.

Milano non ha bisogno di propaganda, certo. Ma non ha nemmeno bisogno di una classe dirigente che chiama propaganda ogni critica. Perché se un ragazzo di 22 anni muore accoltellato in una stazione e la preoccupazione principale diventa impedire che qualcuno ne tragga una conclusione politica, allora siamo già oltre il problema sicurezza. Siamo al problema della realtà: c’è, bussa, sanguina. E non basta accusarla di strumentalizzazione per farla sparire.

Franco Lodige, 28 maggio 2026

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