Cronaca

Non tutti gli omicidi di donne sono “femminicidi”

Il caso di Martina Carbonaro e la corsa ad accusare la "mascolinità tossica". E se lo chiamassimo solo "assasinio"?

Immagine generata da AI tramite DALL·E di OpenAI
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Quanti casi ancora di omicidio verranno narrati come “femminicidio”? È una domanda che ad alcuni, soprattutto alcune, potrebbe suonare provocatoria. Ma in realtà è molto seria. È un interrogativo silenzioso ma insistente, che fa capolino ogni volta che un terribile caso di cronaca come quello recente di Afragola, viene subito descritto da tutti e a gran voce come “femminicidio”. Senza il minimo dubbio, ad indagini ancora aperte. Senza avere il quadro completo del contesto, della dinamica, del movente e via dicendo.

Perché sorge la domanda? Perché il femminicidio è un tipo di omicidio molto particolare e non sempre l’uccisione di una donna per mano di un uomo è un “femminicidio”. E non perché lo dice chi scrive questo articolo. Ma per la definizione stessa che criminologi, studiosi e non per ultime femministe ne danno: “l’uccisione di una donna in quanto donna”.

L’emotività è sempre grande quando una donna viene uccisa. Ed è anche maggiore nei casi di tragedie come appunto quella di Afragola, dove a morire ingiustamente per mano di un uomo è stata Martina Carbonaro, ragazzina appena 14enne. Purtroppo non di rado si ha l’impressione che questa grande emotività, specie se accompagnata da certe convinzioni ideologiche, porti a sovra-interpretare i fatti, e a parlare di “femminicidio” a sproposito.

Un esempio di ciò? L’articolo su Repubblica “Femminicidio, il paradigma culturale da ribaltare”, della nota statistica Linda Laura Sabbadini. Leggendolo, quel che si nota subito, oltre alla dichiarata emotività, è che a Sabbadini non sorge il minimo dubbio riguardo quanto successo ad Afragola. “È straziante – scrive la dirigente Istat in apertura – dover fare i conti con il femminicidio di una ragazza di soli 14 anni”. Frase che suona come una sentenza certa sul caso: si tratterebbe di un femminicidio, senza altre possibilità.

Colpisce poi molto quello che Sabbadini scrive riportando la “confessione” del 18enne Alessio Tucci, l’oramai ex fidanzato di Carbonaro che, stando alle ricostruzioni dei Carabinieri, avrebbe ucciso la 14enne all’interno di un casolare colpendola brutalmente e ripetutamente con una pietra, per poi occultarne il corpo sotto ad un materasso. “L’ho uccisa perché mi aveva lasciato” è la frase del giovane che Sabbadini rammenta nell’articolo su Repubblica. La porta a mo’ di “prova” indubitabile di femminicidio e al contempo di quintessenza della mentalità patriarcale. Secondo la statistica infatti quelle parole sarebbero un “urlo afono di potere” nonché una “sintesi brutale di cultura patriarcale” e pure di “mascolinità tossica”. Viene però da risponderle: ma dove? ma perché? E soprattutto: sulla base di cosa quella frase porterebbe a simili conclusioni?

Ad essere precisi, c’è da dire che non possono essere definiti con certezza “femminicidio” nemmeno le uccisioni di donne che figurano fra i dati Istat. E anche questo non lo dice chi scrive adesso, ma lo stesso Istat che, nei report a riguardo, sottolinea come le informazioni necessarie per classificare un omicidio “femminicidio” sono molteplici e che, non essendo del tutto disponibili, si procede solo ad una stima. Cioè: viene solo ipotizzato che casi di omicidio con alcune caratteristiche, ad esempio l’esser commessi in ambito familiare, possano essere femminicidi. Se nemmeno quelli sui report Istat sono con certezza femminicidi, come fa Sabbadini a dirlo di un caso ancora sotto indagine? Per di più sulla base di una sola frase male o sovra-interpretata?

Non per dare lezioni alla statistica poi, ma un femminicidio, lo si ripete ancora, è l’uccisione di una donna in quanto donna. Cosa significa in quanto donna? Significa a causa del suo essere una donna, poiché vista ideologicamente come ineguale rispetto all’uomo per dignità, libertà, diritti o altro. Se Tucci avesse detto di non accettare di venir lasciato da una donna, lì si, avremmo avuto l’indizio di una questione di genere e avremmo a ragione potuto ipotizzare un caso di femminicidio. Ma Tucci, pare, ha detto un’altra cosa.

In casi come Afragola il punto non sembra essere il genere. O per lo meno non sembra dagli elementi finora emersi, secondo cui, tra l’altro, Tucci avrebbe ammesso di non aver accettato la fine del rapporto con Carbonaro. Chi uccide non lo fa perché non accetta di essere lasciato da una donna, intendendo quindi la categoria “donna” in astratto come fosse un individuo inferiore all’uomo, ma perché non accetta di essere lasciato da una persona specifica con cui aveva un rapporto specifico, la quale, nel caso in oggetto, è una donna.

Narrare senza prove certe l’omicidio di Afragola come un “femminicidio” rischia di adombrare elementi potenzialmente importanti per comprenderlo, come il contesto. La zona nord di Napoli infatti è da troppi anni lasciata a sé stessa. Cronisti locali, proprio in riferimento all’uccisione di Martina Carbonaro, raccontano del degrado etico, sociale e infrastrutturale che imperversa. Di baby gang che tormentano i residenti, che pestano anziani. Di zone “occupate” per lo spaccio di stupefacenti. E naturalmente della malavita.

Inoltre parlare di pancia di “femminicidio” è controproducente proprio rispetto alle necessità che una studiosa come Sabbadini esprime nel suo articolo. Perché rischia di diventare “spettacolarizzazione” attraverso i media, che a quel punto non forniscono più un “messaggio” corretto. Ma soprattutto perché se il sacrosanto obbiettivo è anche quello di educare, di dare consapevolezza di cosa sia questo terribile fenomeno, per prevenirlo, ecco che avviene l’esatto contrario. Non si capisce più cosa effettuvamente sia un femminicidio, quali siano le sue caratteristiche, e si genera l’enorme fraintendimento che sia il semplice omicidio di una donna per mano di un uomo.

Andrea Giustini, 31 maggio 2025

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