Tutti siamo stati colpiti dalle immagini del fumo proveniente dagli incendi verificatisi in Canada che ha avvolto New York durante la finale dei Mondiali e osserviamo oggi con preoccupazione i devastanti incendi che stanno interessando Francia e Spagna. Spesso si sente affermare che il fumo proveniente dal Canada, così come gli incendi che colpiscono l’Europa, siano una conseguenza diretta del cambiamento climatico. Tuttavia, tali affermazioni non sono supportate dalle evidenze disponibili.
Sebbene il fumo generato dagli incendi boschivi sia reale e i suoi potenziali effetti sulla salute meritino attenzione, non vi sono prove che l’attuale stagione degli incendi sia causata dal cambiamento climatico o che quest’ultimo stia necessariamente aggravando il fenomeno degli incendi boschivi: tali affermazioni ignorano sia i dati storici sia una parte rilevante della letteratura scientifica, privilegiando invece argomentazioni che collegano automaticamente incendi e cambiamento climatico.
I dati del Global Wildfire Information System mostrano l’andamento cumulato delle superfici percorse dal fuoco nell’anno in corso rispetto agli anni precedenti: fino adesso il 2026 ha registrato la minore superficie complessivamente bruciata nel Nord America da almeno un decennio.
Paradossalmente, questa stagione relativamente tranquilla sul fronte degli incendi non sta attirando particolare attenzione mediatica; al contrario, il fumo prodotto dagli incendi effettivamente in corso viene spesso indicato come una prova degli effetti del cambiamento climatico.
Secondo i dati riportati, la situazione non riguarderebbe soltanto il Nord America. Anche a livello globale il 2026 mostra valori inferiori alla media storica: si evidenzia infatti come tutti i continenti si collochino sotto la media e come Africa, Asia ed Europa presentino, per questo periodo dell’anno, livelli particolarmente bassi di superficie percorsa dal fuoco che non mostra alcun aumento da almeno 20 anni a questa parte.
Per quanto riguarda l’Europa, l’area maggiormente esposta al rischio incendi è costituita dai cinque Stati membri dell’Europa meridionale: Spagna, Italia, Francia, Grecia e Portogallo, la cui superficie bruciata negli ultimi 45 anni non mostra certo un andamento preoccupante, come riportato dal Joint Research Centre europeo.
Queste osservazioni vengono presentate come coerenti con parte della letteratura scientifica disponibile. In particolare, il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (IPCC), nel suo Sesto Rapporto di Valutazione (AR6), ha indicato un livello di confidenza basso riguardo all’esistenza di tendenze globali significative sia nelle condizioni meteorologiche favorevoli agli incendi sia nelle superfici complessivamente bruciate.
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Spesso il dibattito pubblico viene accompagnato da immagini emotivamente forti di cieli oscurati dal fumo, seguite da dichiarazioni che attribuiscono automaticamente al cambiamento climatico la responsabilità degli eventi. Questo approccio può risultare efficace sul piano comunicativo, ma rischia di semplificare eccessivamente una realtà molto più complessa.
Gli incendi boschivi si verificano infatti quando convergono numerosi fattori. Le condizioni meteorologiche e il vento svolgono un ruolo fondamentale, così come le fonti di innesco, che possono essere naturali (come i fulmini) oppure legate alle attività umane, accidentali o intenzionali. Anche la gestione forestale, le infestazioni di insetti e decenni di politiche di soppressione sistematica degli incendi hanno contribuito ad aumentare la quantità di materiale combustibile presente nei boschi, rendendo molte foreste più dense e più vulnerabili agli incendi.
Tutti questi elementi contribuiscono all’innesco, alla propagazione e alla gravità degli incendi. Ridurre ogni evento esclusivamente al cambiamento climatico significa trascurare molte delle variabili che determinano dove e come un incendio abbia origine, con quale intensità si sviluppi e fino a che punto riesca a propagarsi.
A ogni stagione degli incendi segue ormai uno schema prevedibile: compare il fumo, vengono citate organizzazioni impegnate nella sensibilizzazione sul clima, il cambiamento climatico viene immediatamente identificato come responsabile e il contesto storico o le evidenze più ampie finiscono in secondo piano.
La vera notizia è che, nonostante una delle più basse superfici cumulative bruciate registrate negli ultimi anni nelle Americhe, in Europa e a livello globale, parte dei media continua a presentare ogni episodio di cielo fumoso come una prova di una catastrofe climatica imminente. Questo non è giornalismo obiettivo, ma una forma di attivismo mascherata da informazione.
Gianluca Alimonti, 31 luglio 2026
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