
Alle 20 in punto San Siro è esploso. Un boato secco, liberatorio, di quelli che non hanno bisogno di traduzione. Così si sono aperte le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026: con uno stadio pieno, 61mila persone in piedi, migliaia di braccialetti a led che illuminano il Meazza e un messaggio chiarissimo al mondo. Le Olimpiadi possono ancora essere una festa dello sport, della bellezza e dell’identità di un Paese. Senza lezioncine ideologiche. Senza ossessioni. Senza parodie blasfeme degne di un Gay Pride travestito da evento globale.
Già, perché il confronto con Parigi è inevitabile. E impietoso. L’inaugurazione delle Olimpiadi francesi targate Macron resterà nella storia non per lo sport, ma per l’ossessione Lgbt, per l’ideologia portata in scena a colpi di provocazioni e per quella squallida parodia dell’Ultima Cena che ha indignato mezzo mondo. A Milano, invece, si è scelta un’altra strada. Più difficile, forse. Ma infinitamente più alta.
Qui la protagonista è stata la Bellezza italiana. Quella vera. Non quella urlata. Il tributo ad Antonio Canova, massimo esponente del Neoclassicismo, ha riportato al centro ciò che l’Occidente sembra aver dimenticato: l’idea che l’armonia, la misura, la forma abbiano ancora un senso. Il mito di Amore e Psiche messo in scena come racconto di attrazione, trasformazione e unione è diventato simbolo universale, non manifesto politico. Dialogo tra elementi diversi, sì. Ma senza ideologia, senza bandierine.
Dopo le star della musica, spazio ai veri protagonisti: gli atleti. La sfilata delle delegazioni segue la tradizione, dalla Grecia all’Italia, mentre sopra il campo risplendono i cinque cerchi olimpici dorati. Solenne, pulito, elegante. E sì, anche divertente. Perché le Olimpiadi sono anche questo. L’ingresso del Canada diventa virale per quei giubbotti oversize che scatenano l’ironia dei social. C’è chi li ama, chi li prende in giro. Nessuno si offende. Nessuno grida allo scandalo.
Peccato per i vergognosi fischi a Israele.
Funziona benissimo anche la sfilata “diffusa”, che include atleti collegati da altre sedi. E il Brasile conquista San Siro con un ingresso travolgente, tra danza e capoeira. Sport, cultura, gioia. A un certo punto, inevitabile, arriva anche la stoccata che serpeggia tra il pubblico: “Heilà Macron, riesci a capire come sono fatte le inaugurazioni per eventi sportivi?”. Domanda retorica. Risposta evidente.
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Il momento più delicato arriva con il segmento dedicato alla tregua olimpica. Ed è qui che l’Italia dimostra ancora una volta di saper tenere il punto senza cedere al ricatto delle polemiche. I versi di Promemoria di Gianni Rodari, recitati da Ghali in italiano, francese e inglese, aprono una riflessione potente sul rifiuto della guerra. Nessun comizio. Nessuna bandiera di parte. Una colomba che prende forma da una coreografia di giovani under 20. Pace come simbolo universale, non come arma politica.
Le polemiche su Ghali c’erano state, eccome. Lettere sui social, accuse di esclusione, tensioni politiche, critiche soprattutto dalla Lega per le sue posizioni filopalestinesi. Eppure la serata dimostra che si può includere senza strumentalizzare. Che si può parlare di pace senza trasformare le Olimpiadi in un talk show militante.
Ecco la differenza. A Parigi l’ideologia ha divorato lo sport. A Milano lo sport ha rimesso al suo posto l’ideologia. Grande lavoro di Roma, del Comitato organizzatore, di chi ha capito che l’Italia non ha bisogno di scimmiottare nessuno per piacere al mondo. Basta essere se stessa. Con orgoglio. Con misura. Con bellezza. Le Olimpiadi, per una volta, sono tornate a casa. E qualcuno, dall’altra parte delle Alpi, dovrebbe prendere appunti.
Franco Lodige, 6 febbraio 2026
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