Chiariamo subito il punto: qui non siamo più davanti a un dibattito sul Medio Oriente, né a una discussione — legittima — sui limiti e le colpe della comunità internazionale. Qui siamo davanti a una narrazione, accuratamente costruita. E quando la narrazione prende il posto dell’analisi, il rischio è sempre lo stesso: trasformare un ruolo istituzionale in un personaggio.
È esattamente quello che accade con “Disunited Nation”, il documentario dedicato a Francesca Albanese, icona del mondo pro Pal e idolo di molti a sinistra. Dopo la stampa compiacente, le standing ovation nei circuiti filo-Gaza e le interviste senza contraddittorio, mancava solo il film celebrativo. Detto, fatto. Un racconto che segue la Relatrice Speciale dell’Onu come se fosse una dissidente solitaria, una coscienza eroica che sfida l’Occidente colpevole mentre le Nazioni Unite, impotenti e divise, osservano.
Il problema non è il tema. Il problema è il taglio. Perché nel film non ci sarà sicuramente traccia delle molte uscite a vuoto di Albanese: le dichiarazioni spericolate, le formule giuridicamente discutibili, le prese di posizione che hanno creato imbarazzo persino dentro l’Onu. Tutto levigato, epurato, reso funzionale a un racconto edificante. Non un documentario, ma una canonizzazione laica. Con tanto di tour e Q&A (sarebbe interessante assistere a un evento per capire la qualità della narrazione) in giro per l’Italia.
Il termine “genocidio”, pronunciato con disinvoltura nel marzo 2024, viene trattato come una verità rivelata, non come una qualificazione giuridica che richiederebbe prudenza estrema. Chi solleva dubbi è automaticamente parte del problema. Il conflitto sparisce, resta il messaggio. Israele diventa lo Stato genocida, Albanese la paladina dei diritti, l’Onu una vittima delle proprie contraddizioni. Fine della complessità.
Eppure il paradosso è tutto lì: “Disunited Nation” sembra essere un atto d’accusa contro la stessa organizzazione che Albanese rappresenta. Il film si chiede se l’Onu sia ormai incapace di svolgere il proprio ruolo, se la questione palestinese non sia la prova finale del suo fallimento. Domanda legittima. Ma viene da chiedersi se questo fallimento non sia accelerato proprio quando chi dovrebbe incarnare equilibrio e terzietà sceglie invece il registro dell’attivismo permanente.
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Dalla claque antigovernativa agli show nei centri sociali, fino alle passerelle nei palazzi occupati. siamo ormai dentro al Francesca Albanese show, uno spettacolo che ormai non distingue più tra ruolo istituzionale e militanza politica. Come riportato da Il Giornale, l’ultima puntata è andata in scena allo Spin Time Labs, palazzo occupato dal 2013 nel cuore di Roma. Qui la Albanese canta, balla e scandisce “El pueblo unido jamás será vencido”. Non a una manifestazione di piazza, ma sul palco di un teatro. Il pretesto è la presentazione proprio di “Disunited Nations”. La cornice è perfetta. Spin Time Labs è probabilmente il palazzo occupato più coccolato di Roma: nel 2019 l’elemosiniere pontificio, monsignor Konrad Krajewski, andò personalmente a riattaccare la luce agli occupanti; nel 2021 ospitò il dibattito con tutti i candidati alle primarie del centrosinistra, Gualtieri compreso. Insomma, non proprio una location neutra per una funzionaria dell’Onu.
Alla fine resta una domanda, che il documentario sfiora senza mai affrontare davvero: Francesca Albanese parla a nome dell’Onu o nonostante l’Onu? Perché la differenza è tutt’altro che marginale. E da questa confusione — più che dalle divisioni geopolitiche — nascono le vere Disunited Nations.
Franco Lodige, 22 dicembre 2025
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