Cronaca

ORA BASTA MARANZA

Dall’omicidio di Gianluca Ibarra Silvera alle aggressioni nelle stazioni: l’Italia non può continuare a chiamare “disagio” ciò che ormai è violenza di branco

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C’è un fermo per l’omicidio di Gianluca Ibarra Silvera, il 22enne accoltellato a morte nella notte tra il 26 e il 27 maggio alla stazione di Milano Certosa, periferia nord del capoluogo lombardo. Il fermato ha 19 anni, è di origini peruviane e, secondo le ricostruzioni di stampa, sarebbe ritenuto dagli inquirenti uno degli autori dei fendenti mortali. Con lui ci sono altri sette giovani indagati o perquisiti, residenti tra Milano e hinterland. Secondo il Corriere, il gruppo sarebbe stato collegato dagli investigatori alla pandilla dei “Latin Kings”. Maranza all’ennesima potenza.

La sera dell’aggressione, Gianluca era sulla banchina della stazione insieme al fratello. Sarebbe stato avvicinato da un gruppo di ragazzi, inseguito e colpito più volte lungo i binari. Il dettaglio più inquietante è il contesto. Non il singolo episodio, non la lite degenerata, non la “fatalità” da cronaca nera. Attorno alla stazione, secondo le ricostruzioni giornalistiche, gli investigatori avrebbero trovato elementi riconducibili al mondo delle pandillas, comprese scritte spray sui muri e nelle vie vicine. Si parla di gruppi, appartenenze, rivalità, territorio. Tutte parole che dovrebbero far drizzare le antenne a chi governa una città e a chi deve garantire sicurezza.

Ora, chiariamo subito un punto: non bisogna fare confusione. Le pandillas latinoamericane non sono automaticamente i “maranza”. Le baby gang non sono tutte uguali. Non ogni ragazzo vestito in un certo modo è un criminale. Non ogni giovane straniero appartiene a una banda. E “maranza” non è una categoria penale: è un’etichetta giornalistica, sociale, a volte caricaturale, spesso usata in modo impreciso. Ma la prudenza lessicale non può diventare cecità politica, perchè il problema è grande, palpabile. Perché mentre noi discutiamo se si debba dire “maranza”, “baby gang”, “gruppi giovanili violenti” o “bande di strada”, nelle stazioni, nelle piazze, nelle periferie e nelle zone della movida succede qualcosa di molto concreto: ragazzi giovanissimi girano in branco, aggrediscono, rapinano, accoltellano, pestano, intimidiscono. E troppo spesso lo fanno con una sensazione di impunità addosso.

Il caso di Gianluca Ibarra Silvera arriva dentro una scia. Non è un fulmine in un cielo sereno. È l’ennesimo segnale di una violenza urbana giovane, esibita, spavalda, spesso armata. Prendiamo Milano, ormai in ginocchio. Appena pochi giorni fa è stata registrata una sassaiola alla stazione di Garbagnate Milanese causata da due gruppi di maranza nordafricani. I violenti si sono affrontati con mazze e bastoni, per poi dare vita a un lancio di sassi: due feriti e 5 contusi, compreso un bimbo di 9 anni. Ma possiamo pensare anche a casi ben più gravi.

Tre giorni fa a Genova, il racconto è firmato direttamente dal dottor Matteo Bassetti. Un giovane di 19 anni è stato rapinato, picchiato e accoltellato a un occhio da un gruppo di maranza nordafricani – probabilmente minorenni. Per il medico “purtroppo Genova è diventata davvero difficile e insicura, non solo nelle aree del centro storico, ma anche in zone che erano state sempre considerate tranquille”. Nel capoluogo ligure “si respira aria di profondo odio sociale da parte di bande di stranieri che evidentemente non sono stati integrati o che non hanno voluto integrarsi”.

A Roma, zona Cornelia, nel febbraio 2026 un 22enne egiziano è stato ucciso davanti a un supermercato. Un omicidio dopo una lite fra “maranza” che ha portato all’arresto di tre ventenni, due egiziani e un algerino. Anche qui: coltello, spazio pubblico, violenza estrema, cittadini che da tempo chiedevano più controlli nella zona. Poco più di anno fa, a Firenze, all’Isolotto per la precisione, è andata in scena “follia maranza”: un agguato con pistola, sei spari, una presunta faida tra gang, un giovane colpito e un altro preso a calci e pugni. La procura ha aperto un fascicolo per tentato omicidio, porto abusivo d’arma da fuoco e lesioni.

Notizia di queste ore è quanto accaduto a Porto San Giorgio, nelle Marche, una delle località balneare più conosciute della costa adriatica. Lì negli ultimi tempi è stata annotata un’escalation inquietante e persino il sindaco Valerio Vesprini è finito nel mirino di un gruppo di nordafricani. “Sindaco, io ti scanno con le mie mani e miei amici sanno dove venirti a trovare. Ti facciamo fare una brutta fine”, le minacce a lui rivolte. Il giorno prima, invece, un padre 40enne si è rivolto a quattro giovani chiedendo loro di lasciare in pace la figlia. La risposta? Prima gli insulti, poi i calci e i pugni.

E ancora a Cologno Monzese, ad aprile, un uomo di 42 anni è intervenuto per difendere una ragazza da un gruppo definito “maranza” ed è stato accoltellato alla spalla. Il Giorno ha scritto che uno dei ragazzi avrebbe estratto un coltello e lo avrebbe usato senza esitazione. La ferita, per fortuna, si è rivelata non grave.

Questo è il punto: oggi chi interviene rischia. Chi difende una ragazza rischia. Chi passa in stazione rischia. Chi esce la sera rischia. E quando il cittadino normale inizia a pensare “meglio non guardare”, “meglio cambiare strada”, “meglio non immischiarsi”, vuol dire che qualcosa si è già rotto. La sicurezza non è un capriccio. È un diritto. Il cittadino normale prende il treno a Certosa, aspetta in stazione a Ravenna, passa da corso Como, cammina a Cologno, vive a Cornelia. Quando lo Stato arretra, non arretra mai davanti ai potenti. Arretra davanti a lui. Naturalmente arriverà la solita predica: “Non bisogna generalizzare”. Vero. Non bisogna generalizzare. Ma non generalizzare non significa negare. Non significa anestetizzare la realtà. Non significa trasformare ogni fatto di sangue in un convegno sociologico in cui alla fine la vittima scompare e resta solo l’alibi del disagio.

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C’è un problema educativo? Certo. C’è un problema familiare? Certo. C’è un problema di integrazione? Indiscutibile. C’è un problema di dispersione scolastica, periferie abbandonate, social che premiano l’esibizione della violenza, modelli criminali venduti come identità? Assolutamente. Ma c’è anche un problema di ordine pubblico. E chi finge che l’uno escluda l’altro sta raccontando una favola. Una società seria sa tenere insieme prevenzione e repressione. Sa recuperare chi può essere recuperato, ma sa anche proteggere chi subisce. Sa distinguere il ragazzino perso dal criminale violento. Sa capire il disagio, ma non lo usa come lasciapassare per il coltello. Il caso di Gianluca Ibarra Silvera va letto dentro questo quadro. Non per confondere pandillas, baby gang, maranza e criminalità comune in un unico calderone. Sarebbe scorretto. Ma per vedere il filo rosso: giovani organizzati o semi-organizzati, branco, armi, culto della sopraffazione, territorio, vittime spesso casuali o colpite per motivi minimi.

E allora sì, ora magistratura e politica devono collaborare. Ciascuna nel proprio ruolo, senza invasioni di campo e senza scaricarsi addosso le responsabilità. La magistratura deve applicare le norme con fermezza, soprattutto quando ci sono recidive, armi, aggressioni di gruppo, tentati omicidi e omicidi. La politica deve dare strumenti, risorse, presìdi, leggi chiare e risposte rapide. Perché se questi gruppi restano sempre a metà tra l’impunità e il buffetto educativo, il messaggio che passa è uno solo: si può fare. Si può rapinare. Si può accoltellare. Si può pestare. Si può intimidire. Si può occupare una stazione, una piazza, una via della movida. E quando una violenza di branco capisce di non pagare davvero il conto, alza la testa. Alla fine non si prende solo una collanina, un telefono o un giubbotto: si prende pezzi d’Italia.

Il punto non è fare panico morale. Il punto è smettere di fingere che siano episodi isolati. Perché quando un ragazzo muore su una banchina, quando uno studente viene quasi ammazzato per una rapina o quando un uomo viene accoltellato perché difende una ragazza non siamo più davanti a un trafiletto di cronaca. Siamo davanti a un’emergenza di sicurezza urbana. E chiamarla con il suo nome è il primo passo per affrontarla. Il secondo è smettere di trattarla come una fatalità: chi aggredisce, rapina, accoltella o uccide deve sapere che lo Stato arriva prima del branco e resta più a lungo.

Massimo Balsamo, 6 giugno 2026

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