Esteri

Questi due video dimostrano perché i maranza sono il vero problema

In Francia la vittoria diventa guerriglia urbana, in Polonia una festa civile. Il multiculturalismo senza identità presenta il conto

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Perché nella Francia di oggi le vittorie calcistiche scatenano una guerra civile, mentre in quella di 20 anni fa (o nella Polonia odierna) si festeggiava con rispetto civico? Sabato la Francia ha offerto ancora una volta uno spettacolo desolante. Dopo la vittoria del Paris Saint-Germain in Champions League contro l’Arsenal ai calci di rigore, Parigi e altre città francesi sono precipitate nel delirio: auto incendiate, negozi demoliti, saccheggi e scontri con la polizia. Il bollettino finale conta oltre 780 arresti, oltre 200 feriti (tra cui decine di agenti) e danni ingenti. Un copione ormai tristemente familiare.

E allora è utile riavvolgere il nastro della storia e tornare indietro a qualche grande vittoria calcistica della Francia per vedere se è sempre stato così. Si pensi al 1998. La vittoria della Francia ai Mondiali, con quel multietnico Black-Blanc-Beur (slogan che oggi forse varrebbe la galera) simboleggiato da Zidane, Thuram e compagni, riempì le strade di Parigi di centinaia di migliaia di persone in festa. Bandiere tricolori, abbracci e canti; immagini di gioia collettiva che celebravano un paese unito. Pochissimi incidenti isolati e sostanzialmente nessun caos sistematico. La Francia era un paese meraviglioso e riconoscibile, con una maggioranza coesa capace di integrare il migrante senza perdere la propria identità culturale.

Il contrasto con la Francia di oggi è brutale. Le celebrazioni sportive diventano pretesto per saccheggi e violenza da parte di gruppi spesso provenienti dalle banlieue, quartieri a forte immigrazione extraeuropea. Altro che tifosi eccessivamente scaldati da una vittoria: queste sono bande di giovani migranti di seconda generazione che sfruttano il baccano per sfogare frustrazione e odio verso l’autorità, palesando un chiarissimo senso di non appartenenza. I video mostrano giovani nordafricani e subsahariani lanciare fuochi d’artificio contro la polizia, bruciare auto e devastare negozi sui Champs-Élysées. Se sentissero la città e la nazione come qualcosa di proprio certamente non la devasterebbero così. È ovvio che molti di questi facinorosi hanno la percezione di essere dei colonizzatori al contrario.

Ma per fortuna qualche paese dove la vittoria sportiva viene vissuta in maniera sana dalla popolazione resiste ancora. Un esempio? La Polonia. Pochi giorni fa, il Wisła Kraków ha conquistato la promozione in Ekstraklasa (la Serie A polacca) vincendo la seconda divisione. Decine di migliaia di tifosi (oltre 50.000) hanno invaso la piazza principale di Cracovia, cantando e festeggiando con passione. Nemmeno un segnale stradale divelto. E alla fine i supporter hanno raccolto la spazzatura, lasciato la piazza pulita e sono tornati a casa. Zero arresti, nessun ferito. Un esempio di civiltà e rispetto per la propria città. È ancora possibile un mondo così?

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Sicuramente la differenza non è casuale. La Polonia ha mantenuto un controllo rigoroso sull’immigrazione di massa, preservando un tessuto sociale omogeneo, valori condivisi e un forte senso di identità nazionale. In Francia invece pare che decenni di immigrazione incontrollata (soprattutto da aree culturalmente distanti) abbiano creato dei veri e propri territori perduti della Repubblica, delle enclavi dove la legge francese ormai non esiste nemmeno più. Ci sono banlieue dove la polizia neanche ha il coraggio di entrare. Molti giovani di seconda o terza generazione non si sentono francesi e vivono in una subcultura antagonista, eppure il welfare francese se lo godono per bene.

Certamente il multiculturalismo attuale, più che una voglia di integrare e integrarsi, pare un suicidio dell’occidente. Parigi non ha più un volto. Saranno contenti gli immigrazionisti radicali.

Alessandro Bonelli, 4 giugno 2026

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